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	<title>Pro-vocazioni letterarie &#187; 2.Frammenti di storie quasi personali</title>
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	<description>Pro-vocazioni letterarie è uno spazio dedicato agli amanti della scrittura, nella perenne ricerca di un equilibrio tra l'estro creativo e il dettato dei canoni culturali in voga, nella provocazione dell'esserci. Interpreti e testimoni del proprio tempo.</description>
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		<title>Difesa all’arma bianca</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Apr 2009 06:10:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio</dc:creator>
				<category><![CDATA[2.Frammenti di storie quasi personali]]></category>

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		<description><![CDATA[Incontro Pino Polistena dopo una ventina d’anni o forse più, non lo vedevo dai tempi in cui frequentavo la redazione di Malvagia (periodico della cultura sommersa). Essendo il disarmo uno dei temi ricorrenti della rivista, apprendere che Pino si è calato per un certo periodo nell’arena politica ed è stato leader del movimento ‘la fionda’ [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Incontro Pino Polistena dopo una ventina d’anni o forse più, non lo vedevo dai tempi in cui frequentavo la redazione di Malvagia (periodico della cultura sommersa). Essendo il disarmo uno dei temi ricorrenti della rivista, apprendere che Pino si è calato per un certo periodo nell’arena politica ed è stato leader del movimento ‘la fionda’ mi appare come l’inizio inaspettato di una <em>escalation</em> dall’esito imprevedibile.<br />
Il tema dominante del fenomeno ‘la fionda’ è maturato nell’ambiente politico dei Verdi (anni ’90) ed ha avuto nella ‘forma’ la sua metrica di base. Cos’è ‘la fionda’, cosa s’intende per ‘forma’ e come si allaccia alla politica? Lo chiedo all’esponente che è stato ideatore e propulsore del movimento.<br />
“La politica è stata una scoperta che è nata dal <em>tempo</em>&#8221; mi aggiorna, (ai tempi avrebbe detto: ‘nasce dal pensiero diacronico’ &#8211; riflessione filosofica rapportata all’evoluzione della società nel tempo &#8211; la precisazione del gergo filosofico è mia). “Ho portato nelle assemblee del partito dei Verdi il metodo che mi ha sempre accompagnato, diventando uno dei leader … Le nostre analisi avevano preso corpo in un movimento denominato <em>la fionda</em>.” Il riferimento biblico del Davide che si batte contro Golia è lampante (anche se appare e scompare nella bibliografia ufficiale), ovvia anche l’allusione di intravedere nella bestia partitica il mostro da combattere; meno evidente è l’approccio che se ne è fatto per sconfiggere la vecchia politica, per crearne una nuova adeguata ai tempi. E per dare tangibilità al concetto base di ‘forma’, sollecito più che una spiegazione, qualche fatto concreto.<br />
“Un esempio che posso dare è quello di essermi trovato all’inizio degli anni ‘90, nella posizione di coordinatore nazionale del partito. All’epoca il ruolo di dirigente era separato dal ruolo istituzionale di deputato.” Essenzialmente una conquista della forma ‘<em>o nel partito o nelle istituzioni</em>’. “Ebbene?” inseguo l’episodio specifico. “Ci sono arrivati 350 milioni di lire … frutto della legge elettorale in vigore. Con l’unica richiesta dal parlamento, quella di fornire un prospetto informativo circa l’utilizzo: un tot spesi in un modo, un tot in un altro &#8230; “ In sostanza non era previsto, e forse non lo è tuttora, nessun documento giustificativo. La doppia veste di deputato e di dirigente di un partito porta alla elargizione disinvolta dei fondi di questa natura. E al perseguimento dell’interesse personale a discapito di quello collettivo. Siamo al livello della politica dove l’obiettivo principale dei protagonisti è la carriera nel partito e nelle istituzioni per la propria scalata sociale, fine a se stessa.<br />
Attingo a piene mani dall’articolo di Ettore La Rosa ‘L’occasione mancata’ (*) per una rapida disamina complessiva: “C’era al fondo di quelle riforme un’idea straordinaria: la buona politica dei contenuti si deve preparare con una buona ‘forma’ politica ossia con <strong>un modo evoluto di fare politica</strong>.”<br />
Apprendo dalla stessa fonte, dell’inizio anni ’90, dei nuovi partiti: la lega, la rete e i verdi. Dell’occasione propizia di porre nuove basi alla politica partendo da una situazione favorevole &#8211; dall’assenza di un ‘padre padrone’ nell’area dei Verdi. Della “teorizzazione di riforme importanti per la società italiana … elaborate all’interno di gruppi il più importante dei quali era la fionda …  Solo un parte di quelle riforme passò nello statuto dei Verdi ma già quella piccola parte fu percepita come ‘micidiale’ dal ceto politico.” Dell’implosione che ne seguì poiché da un lato venne a mancare un processo formativo che portasse questi contenuti nelle assemblee coinvolgendo la gente, dall’altro vennero commessi errori con l’accoglienza dei professionisti della politica di provenienza dal partito arcobaleno (tanto per citare qualche nome: Edo Ronchi, Francesco  Rutelli, Mario Capanna e altri).<br />
Raggiungo telefonicamente Carla Assirelli, segretaria factotum dei Verdi, dall’inizio degli anni novanta fino al prevalere della disillusione. Mi elenca i punti cardine di alcune proposte che erano state avanzate.<br />
<strong>La collegialità</strong>. Lo statuto dei Verdi non contemplava la figura di un segretario unico, bensì di un gruppo di coordinatori. <strong>Separazione tra partiti e istituzioni</strong>. Una seconda disposizione, collegata alla prima, sanciva che nessuno dei coordinatori potesse ricoprire il ruolo di parlamentare. Una terza disposizione poneva <strong>il limite dei mandati</strong> ecc. ecc.  Siamo intorno alla metà degli anni novanta.<br />
Carla continua la ricostruzione raccontando di quegli anni: “A un certo punto le nostre idee sono state emarginate, pertanto ci siamo trovati con un gruppo di dissidenti a riprendere il filo della ricerca, portando il dibattito fuori dall’arena partitica. Il succo riassunto nelle ‘10 riforme per una democrazia matura’ risale al 1997, dopo l’allontanamento dal partito ad opera di alcuni transfughi: Pino Polistena, Lucia Cordone, Sergio Portas, io stessa e pochi altri”. Tuttavia la rottura definitiva con i Verdi si avrà tre anni più tardi, allorché al congresso di Chianciano, nel 2000, ai consiglieri delegati della Lombardia &#8211; adducendo problemi tecnici &#8211; viene di fatto impedito di prendere la parola.<br />
Quando le chiedo di descrivere l’atmosfera di fondo che si respirava in questo tormentato percorso, tocco con mano la natura duplice di ogni movimento che parte dal basso. “Il partito dei Verdi aveva sede in via Dogana; la sala riunioni si affacciava in piazza Duomo. In pratica, dall’oggi all’indomani siamo passati dalle guglie del Duomo di Milano alle cantine. Ci siamo ritrovati a discutere di ingegneria politica in luoghi di fortuna, talvolta nei locali del seminterrato di un istituto dalle parti di via Moscova, dove c’erano assemblati dei tavoli e alcune sedie in disuso. Come dei carbonari. E se sollevavi lo sguardo, vedevi le condutture del riscaldamento, assieme alle ragnatele. Eppure l’afflato del gruppo non era mai stato così intenso”.<br />
La diffusione delle idee, coagulate nei locali caldaia, avvenne attraverso banchetti all’aperto, che per qualche tempo si tennero con frequenza quasi settimanale. Vennero inviati articoli alla stampa, distribuiti volantini e rivolti inviti al pubblico. Alcuni degli interventi furono pubblicati da Repubblica, da Vivimilano (l’inserto settimanale del Corriere) e altri giornali.<br />
Alla domanda se rammenta qualche aneddoto della fionda, mi narra un particolare curioso. All’inizio il nome del gruppo era ‘la fionda di Davide’. Come in precedenza, era lei a tenere i contatti con la stampa. E spesso le veniva chiesto: ‘Siete ebrei?’ “Non ho niente contro gli ebrei!” precisa, “ma stanca di dovere ogni volta spiegare che non avevamo nulla a che vedere né con la religione né con la Palestina, proposi di chiamarci semplicemente ‘la fionda’!” Idea che venne condivisa con qualche mal di pancia.<br />
Rievoco nella memoria altri spezzoni della conversazione con Pino che ha toccato molti argomenti senza soffermarsi su nessuno in modo specifico: intorno al 2002, è il momento dei girotondini; con l’aggregazione di altre associazioni, sembra sorgere una stagione promettente; tutte insieme vengono a formare un gruppo denominato ‘parlamentino’… Ma è un fuoco di paglia! Mi è apparso evidente che il ricordo di certi passaggi rappresenti un processo doloroso per chi ha investito energie e speranze che sono poi naufragate. “Di solito chi tocca le elezioni muore … andò a finire chi da un lato, chi dall’altro, più o meno tutti si misero alla ricerca di un tornaconto personale …” Inconciliabile con il benessere collettivo.<br />
Negli anni successivi ci sono stati incontri sporadici; nuove aggregazioni; nuovi tentativi di portare il decalogo a un pubblico più vasto hanno avuto alterna fortuna. Fabio Amoretti rammenta, verso la fine del 2005, di essere stato uno dei più attivi del gruppo dei ‘grilli milanesi’(**). “Infastidito dalla superficialità con la quale si stava procedendo, dalle dinamiche inconsapevoli” che ricreavano la figura di un portavoce incapace di raccogliere le istanze comuni, aveva invece scoperto nella fionda un lucido dibattito su questioni fondamentali per il funzionamento delle istituzioni.<br />
Ad ogni tornata, molto è dipeso dalla sensibilità del momento, dall’ondata collettiva di sdegno a seguito di leggi che non si condividono, di fatti sconcertanti che balzano all’onore della cronaca. Alfredo Biondi diceva che la gente è affascinata dal delitto, non dal diritto. Talvolta una parte delle persone che mostra interesse, è attratta dall’idea spiccia di fare tabula rasa del malgoverno. Altre volte il dibattito diventa accademico. A contatto con la gente su tutto emerge il bisogno di fare cultura, d’insegnare e apprendere l’un l’altro ad allargare i propri orizzonti.<br />
Osservare che alcuni temi, quale per esempio l’abolizione delle provincie, ritornano di tanto in tanto all’ordine del giorno di qualche giornale e/o settore del Parlamento, è di poco conforto, poiché è del tutto assente un disegno armonico di lungo termine.<br />
Nel 2008 la fionda organizza un ciclo di conferenze (Chiamamilano) dai titoli emblematici “Ibrido drammatico” e “La Riforma Principe”; lancia un appello a riprendere la missione incompiuta a uno sparuto drappello nel segno di resistere, resistere, resistere. Prestando la massima attenzione a non generare equivoci.<br />
In una società soggiogata dal pallone, qualcuno potrebbe intendere l’appello come una invocazione alla pratica del catenaccio davanti all’area di rigore, piuttosto come l’auspicio di autentico rigore politico.<br />
E allora è giocoforza accingersi a “gettare semi al futuro” per le nuove generazioni.<br />
AF<br />
(*) l’articolo citato di Ettore La Rosa è disponibile in rete su Helios Magazine (http://www.heliosmag.it/2008/2/larosa.htm)<br />
(**) gruppi aderenti al movimento di Beppe Grillo</p>
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		<title>anime alla (de)riva</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Dec 2008 07:15:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio</dc:creator>
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<div class="MsoNormal" style="text-align: justify;" mce_style="text-align: justify;" mce_tmp="1">Il Cenacolo Sant’Eustorgio ospita complessivamente all’anno, nei vari incontri settimanali, quasi un migliaio di anime le quali, se non ci fosse, non si sa in quali altri anfratti potrebbero disperdersi. Ci sono stato la prima volta: la lettura dei brani poetici mi è sembrata in parte una terapia di gruppo, del genere alcolisti anonimi, in parte una stornellata di antiche canzoni dialettali nei paraggi di un’osteria. Ci sono tornato di nuovo &#8211; probabilmente ero alla ricerca di una conferma &#8211; ma il quadro scenico ha capovolto ogni punto di riferimento, con due poeti a recitare le loro strofe, le prime dall’etereo sapore bucolico e le altre con incisi <em>di</em> (<em>f.) pericolosi</em> risvolti urbani. “<em>La mattina esco a filo di barba / chiedendomi puntuale / se resto nella pelle di monaco / o divento sciacallo a pelo di giorno.” </em>Una recita a due voci intervallata dalle carezzevoli note di un flauto e dalle fugaci intemperanze del pigmalione di casa, Carlo Riva.</div>
<div class="MsoNormal" style="text-align: justify;" mce_style="text-align: justify;" mce_tmp="1">Gli incontri si susseguono ogni giovedì, presso la Libreria Esoterica di Milano, Galleria Unione 1 (piazza Missori). L’attesa per esibirsi è di circa un paio d’anni. Messi insieme gli autori che leggono i loro testi e un ristretto gruppo di loro seguaci, anche i conti tornano.</div>
<div class="MsoNormal" style="text-align: justify;" mce_style="text-align: justify;" mce_tmp="1">Apprendo che l’attività è iniziata nel 1994 al Bistrot Sant&#8217;Eustorgio, è proseguita in Brera presso il<span> </span>Bon Bon Café<strong>, </strong>poi nella libreria Manzoni (temo di non essere riuscito ad annotare tutti i passaggi) e da ultimo si è trasferita nella sede attuale. E naturalmente, in tutti questi andirivieni non sono mancati fraintendimenti. Ad esempio allorquando un poeta quotato si rifiutò di sottomettersi al pedaggio della consumazione, non propriamente richiesta (diciamo: gradita dalla proprietaria del bar). E’ raro che le strofe della poesia facciano rima con il tintinnio della cassa.</div>
<div class="MsoNormal" style="text-align: justify;" mce_style="text-align: justify;" mce_tmp="1">“Il Cenacolo è costituito dal gruppo di artisti che lo frequentano,” per lo più poeti, graditi ospiti del titolare della libreria Timoteo Falcone, irrigimentati nei tempi canonici stabiliti dal fondatore e organizzatore delle serate. Carlo Riva, alle spalle un passato da bancario (che gli è rimasto nel portamento) e un presente da poeta-giullare (che lo caratterizza nello sguardo e nei modi) usa la metrica della serietà e della trasparenza per coniugare solidarietà e passione. Nel farsi scudo nei confronti di certe modernità si definisce personaggio dell’800, ammettendo tra l’altro la sua avversione per l’abuso della posta elettronica. In realtà cerca solo di evitare tenacemente ogni intrusione, di resistere alla forzatura di quanti vorrebbero piegare a proprio vantaggio lo spazio conquistato a favore di tutti gli autori, cani randagi e nobel d’antan, senza distinzioni.</div>
<div class="MsoNormal" style="text-align: justify;" mce_style="text-align: justify;" mce_tmp="1">Unico obolo richiesto agli autori che desiderano presentare le loro opere è l’invito a dare un contributo di solidarietà. Tra le diverse iniziative di solidarietà figurano quelle a favore del carcere di Opera e del canile di Finale Ligure (riemerge la vocazione per i cani sciolti!); è in corso una raccolta di fondi a favore delle popolazioni dell’Etiopia per lo scavo di pozzi d’acqua. Tuttavia non c’è né un vero obbligo, né viene esercitato controllo alcuno. E’ piuttosto evidente invece l’obbligo morale, lo sprone dettato dall’esempio e dalla coerenza.</div>
<div class="MsoNormal" style="text-align: justify;" mce_style="text-align: justify;" mce_tmp="1">Per contrasto, rammento di avere incontrato negli anni ‘80 &#8211; guarda caso, nei paraggi di piazza Missori &#8211; alla Torre Velasca, un personaggio (agli antipodi dello spirito Sant’Eustorgio) che voleva fondare un quotidiano; reclutava gente che sapesse scrivere, a cui chiedeva dedizione e professionalità per un anno intero senza compenso: così avrebbero dovuto guadagnarsi la sua stima e un futuro ruolo nella redazione del giornale. Chiedo a Carlo perché secondo lui c’è in giro tanta voglia di emergere scrivendo? “Il popolo italiano ha la propensione a scrivere,” gigioneggia, “siamo figli e figliastri delle pandette di Giustiniano e della Divina Commedia. E’ una tradizione che prosegue ed è un fatto positivo che contribuisce alla scoperta della propria personalità.” Non a caso in Italia sarebbero iscritti alle Camere di Commercio circa settemila e settecento tra grandi e piccoli editori, con un turnover mensile di quaranta e passa.</div>
<div class="MsoNormal" style="text-align: justify;" mce_style="text-align: justify;" mce_tmp="1">Ringraziando di avermi fatto scoprire il libro Granelli di Sabbia e quindi l’autore con il quale ho trovato delle affinità, chiedo quali altri personaggi più o meno illustri frequentano o hanno frequentato l’ambiente. Ma Carlo quando comincia a parlare è un torrente in piena, nel suo gergo cabarettistico continua a seguire il filo dei suoi pensieri. Nel microcosmo del Cenacolo, nel massimo rispetto per tutti, si ritrovano tutti in fila: Giancarlo Maiorino o Guido Oldani, Paola Marchisone o Rita Morandi, Andros o Calogero Di Giuseppe&#8230;</div>
<div class="MsoNormal" style="text-align: justify;" mce_style="text-align: justify;" mce_tmp="1">I poeti, secondo quest’ultimo, avrebbero afferrato prima dei filosofi che è impossibile capire cos’è il creato e chi ne è l’effettivo autore.</div>
<div class="MsoNormal" style="text-align: justify;" mce_style="text-align: justify;" mce_tmp="1">Andros chiosa: <em>“Energie compresse / che bruciano senza scaldare. / Come un amore non corrisposto.”</em> Ognuno a modo suo declama un proprio sentire e una diversa visione del mondo. Ogni alterco che ambisca d’elevarsi sopra le righe è rigorosamente in versi: guai a lasciarsi andare in risibili cadute di stile. A parte l’anfitrione, nessuno osi toccare il poeta.</div>
<div class="MsoNormal" style="text-align: justify;" mce_style="text-align: justify;" mce_tmp="1"><em>Antonio Fiorella</em></d >< ><--></p>
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		<title>Apollo e Valentina</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Nov 2008 07:21:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una storia che parte dalla A e si ferma in prossimità della Z. In un pomeriggio piovoso di fine ottobre trovo rifugio presso l’Atelier Chagall. Valentina riflette fedelmente l’umore grigio autunnale. Mi spiega, quasi scusandosi, di essere sofferente&#8230; Non posso fare molto per la sua cervicale, ma come in un gioco di prestigio, appena iniziamo [...]]]></description>
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<p><!--[if gte mso 10]><br />
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Una storia che parte dalla A e si ferma in prossimità della Z.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">In un pomeriggio piovoso di fine ottobre trovo rifugio presso l’Atelier Chagall. Valentina riflette fedelmente l’umore grigio autunnale. Mi spiega, quasi scusandosi, di essere sofferente&#8230; Non posso fare molto per la sua cervicale, ma come in un gioco di prestigio, appena iniziamo a parlare degli inizi di Apollo e Dioniso (A&amp;D) il suo volto si rischiara.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Nella Grecia antica il ruolo della donna era piuttosto defilato. Bisognava salire sull’Olimpo degli dei o calarsi negli anfratti della mitologia per incontrare delle figure femminili. Domando quale ruolo si è ritagliata, Valentina Carrera, nell’associazione culturale A&amp;D.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Un giorno di Pasqua, doveva essere nel ’99,<span> </span>ero appena ritornata da Mosca, mi sono trovata a un concerto di De André. Ho conosciuto Virgilio alla Basilica di San Celso. Mi sono proposta come fotografa; avevo con me dei provini di un anno e mezzo trascorso in Russia.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">L’esperienza non è del tutto comune: “Focalizziamo meglio il momento storico?”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Il presidente era Boris Ieltsin&#8230;” Continua. “Mi sono travata coinvolta, quasi trascinata senza rendermi conto. Stavo studiando regia al Teatro Libero&#8230;” Mi legge nel pensiero: era una vocazione?<span> </span>“Nel corso di quegli anni ho fatto di tutto: Belle Arti, Iconografia e Teologia a Mosca, stage di fotografia da Riccardo Bauer a Milano.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Chiedo cos’altro rammenta dei primi anni, di parlarmi di persone o personaggi che sono passati nella scena, anche in senso figurato, lasciando un’impronta più o meno significativa. “A&amp;D era il perno intorno al quale giravano artisti di ogni genere. L’essere noi stessi due artisti faceva da catalizzatore. Nel 2000-2001, in occasione di uno dei festivals Italia-Russia abbiamo ospitato sul palcoscenico (e anche nel nostro modesto appartamento), Leonid Maxisimov attore cinematografico. Altri nomi di spicco che abbiamo incontrato in quegli anni sono stati: Anatoly Slevnikov, Vladimir Danissenov, Mon Ovadia, Fabrizio De André.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Se volessimo indicare delle tappe nel vostro percorso, in quale modo potremmo procedere?”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“I luoghi dove siamo approdati e le cose fatte sono diversi, non sempre coincidono. Per semplificare si possono elencare i luoghi: la Basilica di San Celso (1998-2002), Atelier Chagall(dal 2003), la galleria Mirò (2005-2006) e infine la galleria Zamenhof (2008), come tanti momenti in cui la nostra attività ha avuto una evoluzione.” Parimenti, la semplificazione vede gli abbinamenti di spettacoli e mostre prevalentemente nel periodo in cui gli eventi culturali si svolgevano nella Basilica di San Celso, mentre successivamente le scelte sono state determinate dal loro campo artistico, con riferimento ai due principali dirigenti artisti e protagonisti delle iniziative A&amp;D.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Insomma,” cerco di sintetizzare, “scopro un caleidoscopio di personaggi, immagini ed eventi che si rincorrono&#8230; è questa la vera essenza della vostra associazione?”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Intanto è sopraggiunto Virgilio Patarini. Contrordine: “<em>A&amp;D sta per ‘la ragione e il sentimento’ &#8211; tutto ha una ragione tranne la ragione stessa.” </em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Ripercorrono insieme i primi anni di attività. Dal 1999 fino al 2002, ad ogni mostra era abbinato un recital. Accanto al teatro e all’allestimento di mostre è cominciata la realizzazione di cataloghi d’arte dei pittori e scultori che vi partecipavano. Ed è stato il passo verso l’editoria, che ha trovato in Valeria Volpati Carla l’esponente di spicco. Infatti <span> </span>la scrittrice aveva già pubblicato delle sue opere con gli editori Cheville e Guanda. In pratica con A&amp;D ha rivissuto una nuova giovinezza riprendendo a scrivere in tarda età, dando alle stampe la trilogia: <em>Finché morte non ci riunisca, <span> </span>Puoi baciare la sposa, Ecce ancilla Domini </em>(tra le tante altre opere), prima di abbandonare la scena (è deceduta nel 2007). L’argomento conduce allo scultore Gino Cosentino (1916-2005), altro noto artista che non c’è più e che ha partecipato a delle mostre curate da loro.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Fuori continua a piovvigginare. A questo punto ho sollecitato i miei interlocutori a dare un colpo di reni alla nostra conversazione andando a cogliere qualche particolare di vita vissuta più leggero. Ho appreso, tra le righe e non poche esitazioni, della moglie di un noto musicista la quale, avendo pubblicato un romanzo autobiografico, pressata dai familiari si era precipitata in redazione a richiedere il ritiro dell’opera dalle librerie quand’era ancora fresca di stampa! Il libro tratteggiava il quadretto della propria esistenza nella piccante sequenza di quattro mariti, facendo la spola tra due continenti. Eppure la narrazione era firmata con un nome di penna: ancora lontana dalla soglia dei quarant’anni, ci aveva ripensato &#8211; forse voleva usufruire ancora per un po’ di anni, senza inibizioni, dell’intero campo libero.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Dal connubio libri e illustrazioni è nato un rapporto di contaminazione tra arte figurativa e scrittura che va nei dei sensi. Il libro-cofanetto <em>I tarocchi dell’andata e del ritorno</em> (racconti e altro / 2005), autore Mario Barsanti, è rappresentativo di questa simbiosi. Inoltre come non citare i libri <em>La trama e l’ordito </em>(romanzo breve / 2003) e la trilogia di poesie: <em>I fiori del silenzio, Il taccuino rovesciato, Il Taccuino di Amleto</em>, (2003-2006) dell’autore Virgilio Patarini? <span class="newssottotitolo">Qui tutto è immerso in uno stadio di amniotica beatitudine (e insieme, inquietudine) autogenerante;</span> nella mente dove albergano più espressioni artistiche, il fenomeno sembra riconducibile a un caso di antropomorfismo mitologico.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Per ritornare con i piedi a terra, accenno una provocazione: “A&amp;D è stato anche un porto di mare che ha dato vita alla rivista <em>Zona Navigli</em> e visto passare persone quali Alberto Figliolia (giornalista e poeta) , <span style="text-transform: uppercase;">ç</span>lirim Muça (editore di Albalibri), Tiziano Sossi (critico cinematografico)&#8230; Dimentico qualcuno o qualcosa in particolare?” Apprendo che la rivista ha avuto vita breve, con soli tre numeri pubblicati nel 2004 e che “ogni lembo di mare ha sabbie vellutate, ma anche delle scogliere.”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Infatti nella vita associativa, dove approdano innumerevoli risorse di provenienze diverse, le più disparate, spesso s’incontrano e si scontrano un coacervo di passioni creative e di bisogni che non sempre riescono a coesistere. Resta la testimonianza che ogni iniziativa diffonde intorno a sé una molteplicità di piccolissimi semi che poi nascono e si sviluppano.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Siamo giunti intorno all’area Z, che è una realtà ancora troppo recente e palpitante per discettarne. Chissà quale sorprese culturali saprà sviluppare nel tempo. Intanto sorge spontaneo l’interrogativo: in quale babele di nuovi e vecchi linguaggi ci si è cacciati, andando a parare dalle parti di via Zamenhof?</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em>Antonio Fiorella</em></p>
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		<title>La meteora Poppy</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Mar 2008 14:16:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio</dc:creator>
				<category><![CDATA[2.Frammenti di storie quasi personali]]></category>

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		<description><![CDATA[(Appunti per l’archivio Primo Moroni) L’amarcord parte dalla pancia – non possono esserci dubbi: le rivoluzioni dal basso non sono forse sempre cominciate con l’assalto ai granai, ai forni e alle botteghe del pane? Nella Milano anni ’70, la mensa dello studente, in Città Studi, era il primo approdo per chi veniva da fuori, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"><em><font face="Times New Roman">(Appunti per l’archivio Primo Moroni)</font></em></p>
<p><em><font face="Times New Roman">   </font></em><o:p><font face="Times New Roman">L’amarcord parte dalla pancia – non possono esserci dubbi: le rivoluzioni dal basso non sono forse sempre cominciate con l’assalto ai granai, ai forni e alle botteghe del pane?</font></o:p><o:p><font face="Times New Roman">   Nella Milano anni ’70, la mensa dello studente, in Città Studi, era il primo approdo per chi veniva da fuori, che fosse studente o immigrato. Oltre agli studenti in quegli anni facevano parte del panorama politico-culturale degli atenei: disoccupati, lavoratori e impiegati con busta paga al minimo salariale. Il ’68 aveva spalancato i cancelli delle università ai bisogni della gente. La bacheca nell’atrio della casa dello studente forniva un buon numero di annunci di camere e posti letto da affittare. La mensa universitaria, ad un costo contenuto, offriva un pasto caldo a mezzogiorno e sera per l’intera settimana domenica compresa, permettendo a chi aveva pochi soldi disponibili, di centellinarli, d’investirli nello studio o in cerca d’un lavoro meglio remunerato, nell’illusione di raggiungere quanto prima uno standard migliore di vita.</font></o:p><o:p><font face="Times New Roman">   In seguito, con la pancia piena, soddisfatte le necessità più immediate – anche nel clima di ‘lotta continua’ si prendeva di tanto in tanto una boccata d’aria – ci si concedeva il lusso di soffermarsi al bar per un caffé, una partita a scacchi, lo scambio di due chiacchiere su ‘movimento manifestazioni e politica’, un tutt’uno inscindibile. Letteratura e arte erano a margine dei discorsi. Talvolta ci si avventurava a parlarne sottovoce, oppure la conversazione cominciava sottotono per poi proseguire il dibattito con più fervore una volta raggiunta l’uscita. Certi discorsi potevano tradire una formazione intellettuale di cui non s’era fatta sufficiente autocritica. L’aspirazione di maggiore benessere sociale passava dalla controcultura, – essendo la cultura strumento e miraggio, in mano all’establishment. La nuova cultura doveva essere meta alla portata di tutti, raggiungibile con il perseguire delle rivendicazioni – legittime, era impensabile dissentire – e della lotta politica.</font></o:p><o:p><font face="Times New Roman">   L’esperienza ‘Poppy-bastardi carta stampata’ vide i primi germogli alla mensa dello studente, ebbe come collante le relazioni umane che prevalsero sulle aspettative di programmazione, trovò i suoi limiti nella condivisione di spazi, nel rimestamento di problemi individuali. In tempi di progetti rivoluzionari, il gruppo cessò di stare insieme per questioni di c… senza neanche l’attenuante generica dei futili motivi.</font></o:p><o:p><font face="Times New Roman"><o:p> </o:p> Di ritorno dopo quattro anni trascorsi tra Londra e Parigi, con viva l’ebbrezza delle serate vissute nelle due metropoli, mi ritrovai alla mensa dello studente a parlare di micro realtà culturali, di spettacoli teatrali tenuti in piccoli locali del quartiere latino dove, seduti per terra o in piedi assiepati lungo le pareti, al massimo trovavano posto una ventina di persone. Il primo pensiero fu di replicare l’esperienza vissuta con qualche lavoro teatrale. Il dissenso sui temi caldi del momento mi portò ad affrontare da solo, sotto forma di romanzo, il dramma dei sequestri di persona, un fenomeno che mi aveva scosso non poco durante il soggiorno all’estero. Al di fuori dei confini del mio paese ero diventato sensibile a tutto quanto veniva riportato sui giornali esteri contrassegnato dal marchio di italianità. Ero partito agnostico apolitico e apolide, ritornavo interessato ai problemi contingenti e propenso a dare un qualche contributo.</font><font face="Times New Roman">Panepinto Editore si dibatteva nella morsa dei creditori, il mio primo romanzo ‘Una singolare vicenda’ arrivato alla correzione delle bozze, tardava ancora a vedere la luce (e non la vedrà mai), quando decisi di muovermi in proprio, convinto che il deficit di mezzi finanziari potesse essere superato attingendo al capitale umano.</font><font face="Times New Roman">Il romanzo ‘Chi tanto, chi niente’ (1977), autore Antonio Fiorella, segna l’inizio di un percorso che parte da Piazza Fontana 1, Milano, presso lo studio di un commercialista venuto dal sud, il quale forse – per raccontarla alla maniera di Luciano Bianciardi – ‘mettendo tra i propri torti l’origine piccolo-borghese, si metteva a servizio della classe operaia’.</font></o:p></p>
<p><font face="Times New Roman">Il tornado Enzo Gallina spazzò via alle prime folate di vento sia l’etichetta ‘Poppy Edizioni Sperimentali’ (compresi subito mio malgrado che non potevano esserci vie di mezzo, allora si era: o di qua o di là della barricata), sia gran parte delle persone che si stavano aggregando. Mi veniva da sogghignare nel vedere come due parole messe lì quasi per ridere ‘edizioni sperimentali’ potessero mandare in bestia una persona colta, ma tant’è: il gruppo prese il nome ‘Poppy-(cani) bastardi carta stampata’. Mi spiacque invece vedere darsi alla fuga alcune persone (tacciate di qualunquismo: il peggior insulto, accanto a quello di fascista, non meritevole neppure di quattro sprangate per un atteggiamento ritenuto spregevole sin dal primo dopoguerra) che si erano avvicinate in punta di piedi con tante aspettative. E infatti ‘quella specie di libro’, uscito sotto il titolo ‘Bla… bla… bla… di rivoluzione’ (1978), autore Enzo G., portava chiaramente scritto che la ‘Poppy-bastardi carta stampata’ non era una casa editrice, bensì un modo d’incontro, un gruppo di persone che si muovevano con spirito democratico, aperto ai problemi vivi nell’ambiente.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">La rivista ‘I promessi poppy’, numero 0, anno 1978, fu uno dei momenti di coesione del gruppo, raccogliendo storie, disegni, racconti della maggior parte dei componenti: Marco, Lucia, Enrico, Tony S., Antonio F., Peter, Maurizio, Roberto, Enzo, Antonio T. Nelle intenzioni dovevano seguire altri numeri, quale ‘Il Decameron poppy’, attingendo ai sacri testi della letteratura, ma rimasero nella lunga lista delle cose che potevano attendere.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">   Gli spazi maggiormente frequentati erano Parco Lambro e Parco Sempione, il Centro Sociale Leoncavallo, il teatro Officina, le fiere cittadine e quelle fuori città. I libri, la rivista, una cassetta registrata con poesie e musica improvvisata, alcuni disegni di Antonio Tarantino erano le cosepoppy che venivano distribuite o vendute. Le uscite al parco, gli incontri presso il Centro Sociale Leoncavallo, portarono a intersecarsi con ‘Babilonia senza potere’, ad estendere la collaborazione con i compagni della rivista ’12 un giorno maledetto’ con i quali c’era anche la condivisione di una stanza presso il Leoncavallo.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">   La meteora ‘Poppy-bastardi carta stampata’ trovò momenti di partecipazione che andarono ben al di là delle cose prodotte. Nel convegno dei Punti Rossi a Firenze, nel 1978, mentre il fervore del dibattito sulla lotta politica sembrava al culmine, l’intervento fuori dagli schemi di uno ‘sparuto gruppo di poeti’ – come qualcuno ci apostrofò – consentì di allentare la tensione, con un sospiro di sollievo generale. E fu una tregua salutare, chi c’era ne serba memoria. Infine, ad un certo punto divenne impossibile continuare a stare insieme, per adesioni che nascendo dalla fuga da una condizione di paranoia non trovarono altro rifugio che lo spinello – almeno per alcuni, – per una ridda di problemi personali, nell’iperbole di linguaggi mal digeriti.</font></p>
<p><font face="Times New Roman">   Gaspare Barresi, che aveva aderito all’iniziativa sin dalle prime fasi, con due micidiali fendenti descrisse prima una figura di ‘leader di un gruppo / intontito dalla loquacità’ e in seguito celebrò la ‘Morte di un gruppo’, nella raccolta di poesie ‘Progetto Selinuntino’ (1979), con l’epitaffio: ‘…quelli lì li vedo negarsi / e un senso di morte mi prende / nel buio che si fa largo tutto intorno a me.’</font></p>
<p><font face="Times New Roman">   Osservando oltre la scelta dei termini preferiti e le modalità di espressione di ciascuno, la convinzione che legava tutti era che non dovessero esserci ruoli preassegnati nel campo della cultura; eravamo contro la tendenza dominante, che poi erano ‘leggi di mercato e di potere’ insieme, di comprimere allo stato di spettatori la massa a vantaggio degli autoeletti produttori/rabbonitori/dispensatori del sapere. A guardar bene, non è di questo che ci si lamenta ancora oggi a distanza di 30 anni, quando si dice di voler abbattere gli steccati protettivi delle baronie, delle corporazioni, delle rendite di posizione?</font><font face="Times New Roman"><o:p> </o:p>      </font><font face="Times New Roman">   La dispersione dei componenti del gruppo, condusse Enzo Gallina all’apertura di Strafalari, ‘un posto dove si ritrovano alcuni giovani… che hanno in comune l’intenzione di non farsi fregare’,<span>  </span>fucina di altre esperienze. Intanto le ultime battute del romanzo ‘Chi tanto, chi niente’ sembrarono riproporsi nel titolo del libro ‘Vaffanculo (un insulto all’intellighentia)’, autore Sandro Baldoni (1982), Strafalari.</font></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Gaspare Barresi, Antonio Tarantino e il sottoscritto, dotati di sufficiente autoironia da eludere pericoli maggiori, confluimmo nella redazione di Malvagia, altra storia, altro romanzo (partito bene su Malvagia, finito presto in ‘testacoda’).</font></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Ho detto della pancia, quindi della bocca quale via di transito per il nutrimento e la parola, voglio concludere con gli occhi, così spesso raffigurati nelle opere di Antonio Tarantino. Non ho mai incontrato un artista delle arti figurative meno interessato nel dare buona mostra dei propri traguardi raggiunti. Una locandina con due suoi disegni (1978), (e due racconti che recentemente hanno trovato nuova collocazione nel libro ‘il virus della parola’ edito da Albalibri), resta l’unica traccia di alcune mostre allestite in quegli anni. Antonio trovava più coinvolgente dare il suo contributo alla realizzazione di un progetto. E anche se al termine di molti incontri usciva stravolto ammettendo di non aver capito un granché, poi tornava la volta successiva con un disegno che racchiudeva la sintesi dei tanti discorsi. Con la leggerezza dell’artista che vive una dimensione sua ben distinta e la dedizione del certosino, gli riusciva d’interpretare il pensiero in cui tutti alla fine si rispecchiavano, come per magia. Attraversando in lungo e in largo il periodo che va da ‘Poppy’ a ‘12 un giorno maledetto’ fino a ‘Malvagia’, con il suo tratto di matita, pennino e inchiostro di china, ha percorso un decennio di stampa alternativa. Le sue illustrazioni sono state il filo del bozzolo che ha avviluppato diverse esperienze di vita.</font></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">– Ho sognato: non era una meteora, e neanche un latrato di cani bastardi, era una farfalla.</font></p>
<p><font face="Times New Roman"><o:p> </o:p> </font></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman"><em>Antonio Fiorella</em> (Maggio 2007)</font></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal">&nbsp;</p>
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