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	<title>Pro-vocazioni letterarie &#187; 5.Itinerari alla scoperta dell’Italia minore</title>
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	<description>Pro-vocazioni letterarie è uno spazio dedicato agli amanti della scrittura, nella perenne ricerca di un equilibrio tra l'estro creativo e il dettato dei canoni culturali in voga, nella provocazione dell'esserci. Interpreti e testimoni del proprio tempo.</description>
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		<title>Due perle di lago</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 08:34:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dicembre, due sotto zero, si parte. Il pullman è pieno, è ancora buio. Durante la notte ha nevischiato; sono le sette del mattino. Mi hanno telefonato in molte: “Ma… se nevica che si fa?” La mia risposta non ha ammesso repliche: “Si va, non è la prima volta!” Sosta tecnica, prima delle dieci siamo a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dicembre, due sotto zero, si parte. Il pullman è pieno, è ancora buio. Durante la notte ha nevischiato; sono le sette del mattino.<br />
Mi hanno telefonato in molte: “Ma… se nevica che si fa?” La mia risposta non ha ammesso repliche: “Si va, non è la prima volta!”<br />
Sosta tecnica, prima delle dieci siamo a Salò. A piedi verso il Duomo percorrendo il lungolago Zanardelli (dal nome del ministro che ebbe lunghi rapporti di frequentazione con la cittadina, negli anni 1870-1880).<br />
Momenti imbiancati sul lungo lago che si snoda a mo’ di serpente tra i fiori gelati delle aiuole e ponticelli sull’acqua. Non c’è in giro nessuno! I primi fiocchi di neve arrivano col vento e ci colpiscono il viso. Per fortuna otteniamo il permesso dalla Pro-Loco locale di visitare il Palazzo della Magnifica Patria. È l’attuale Palazzo Municipale costruito nel 1524, porta il nome che Venezia diede al monumento in quanto magnifica e sontuosa dimora del Provveditore mandato dal Senato veneziano come capo di trentasei comunità. Ci riscaldiamo e tra le altre cose ammiriamo la copia in gesso del busto in bronzo già  incontrato sul lungolago e che raffigura Gasparo da Salò nato in Salò nel 1540 e conosciuto come uno dei possibili padri del violino. Il contrabbasso del musicista è conservato nel Palazzo in una grande teca.<br />
Poi, attraversando i vicoli che qui si chiamano <em>tresande</em> arriviamo al Duomo. Mai meta era stata così desiderata! L’interno è riscaldato, inoltre il parroco ci accende le luci ed è uno splendore!<br />
Il Duomo è una autentica pinacoteca e ce la godiamo tutta, ma poi che si fa? Il programma prevedeva la visita dall’esterno di alcune dimore storiche, ma vediamo solo Palazzo Fantoni, cittadella della cultura salodiana che, oltre a un museo ospita una associazione storica e archeologica. Riusciamo a percorrere tutto il tragitto che si snoda tra le due porte (quella dell’orologio e quella di San Giovanni) che racchiudevano il borgo medievale.<br />
I leoni di San Marco scolpiti o affrescati si sprecano…<br />
Per la prima volta gli organizzatori hanno inserito nel programma un lungo tempo per eventuali acquisti, ma nessuno ci prova, il freddo gela anche i desideri. Io ho invano trascinato il gruppo alla pasticceria Vassalli (con varie golose proposte tra le quali <em>i bacetti</em>  e <em>il pan di Salò</em>), ma infreddoliti si sosta nei profondi portici dove il vento e la neve, poca ma quanto basta, non ci raggiunge.<br />
Poi la decisione da tutti condivisa: si va al ristorante! Chiamiamo l’autista perché, anche se vicino, preferiamo andarci con il pullman. Sei volontari si staccano dicendo che il tempo è perfetto per una buona camminata! Gli alieni sono tra noi, è vero!<br />
Il ristorante è in una bella posizione, ampio, elegante ed accogliente!<br />
Fuori programma l’aperitivo che i ristoratori-albergatori ci offrono perché chiaramente colpiti dalla nostra sofferenza.<br />
L’abbuffata non è contenuta, sul tavolo non rimane niente! Le portate del menù sono da tutti apprezzate.<br />
Scaldati dal vino e dall’ombretta di grappa, si va in quel di Gardone dove ci aspetta una vera chicca.: “Il primo ed unico Museo al mondo con la più significativa raccolta a tema del Divino Infante”. Una collezionista colta, di origine tedesca, in trentacinque anni della sua vita, ha realizzato una raccolta di ben duecento sculture raffiguranti il Bambin Gesù. Nel Museo c’è proprio tutto ciò che riguarda Gesù Bambino, lo abbiamo trovato in fasce, ignudo oppure abbigliato da “Piccolo Re” con vesti ricchissime e un ampio corredo. Insieme ad altri presepi d’epoca un magnifico Presepio Napoletano con più di 130 figure e numerosi animali.<br />
Una vera sorpresa per tutti.<br />
Siamo tornati con la gioia nel cuore, ormai è buio e i fiocchi di neve che cadono sopra i vetri del pullman creando una vera atmosfera natalizia.<br />
MTC</p>
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		<title>Biella e il biellese</title>
		<link>http://www.provole.info/archives/918</link>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 07:44:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Territorio ricco di industrie tessili, industrie d’informatica e di mobilifici. L’area biellese ha senza dubbio l’immagine di una zona ad alta concentrazione manifatturiera, ma non tutti sanno che, a pochi passi dalle industrie, iniziano itinerari che si snodano fra colline e fitti boschi. La scoperta del territorio non può che iniziare dalla città di Biella. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Territorio ricco di industrie tessili, industrie d’informatica e di mobilifici. L’area biellese ha senza dubbio l’immagine di una zona ad alta concentrazione manifatturiera, ma non tutti sanno che, a pochi passi dalle industrie, iniziano itinerari che si snodano fra colline e fitti boschi.<br />
La scoperta del territorio non può che iniziare dalla città di Biella. Quando vi andammo con l’università i cittadini ci guardavano con curiosità, pensate che appena arrivati un negoziante ci rivolse una buffa domanda: “Perché siete venuti a Biella? Qui vediamo pochi turisti che passano e vanno al Santuario di Oropa!” E pensare che Biella vanta pregevoli monumenti romanici quali il Battistero dell’XI secolo, il Duomo e la chiesa di San Sebastiano.<br />
Da Piazza Curiel abbiamo raggiunto con la funicolare Biella Piazzo ed è stato come cadere in un tempo lontano. Infatti la città alta conserva il volto antico del XIV e XVI secolo. Traffico zero, edifici sontuosi, portici ed un sole autunnale che ci restituiva scenografie irreali. Le strade acciottolate portano a diversi punti panoramici con vedute impagabili delle montagne circostanti.<br />
Abbiamo apprezzato con vero piacere dalla guida (una biellese doc) che la crisi a Biella non è arrivata, o per lo meno, dopo un piccolo periodo di incertezza, si è trovata la soluzione nella qualità del prodotto. Una iniziale concorrenza cinese nella filatura della lana è stata rifiutata dalle grandi case di moda perché il prodotto era scadente.<br />
Da qui il turismo è una risorsa a margine e non è molto coltivato. A fatica abbiamo trovato i famosi “torcetti” &#8211; dei biscottini veramente deliziosi &#8211; e ancora con più fatica abbiamo comperato i formaggi tra i quali tipico è la “toma” a pasta dura di latte intero di tipo Taccagno (una località vicino a Biella).<br />
Abbiamo appreso che a Bielle c’è l’acqua minerale più leggera (la Lauretana) e che Biella è la capitale della birra (la Menabrea) prodotta dal 1846, premiata più volte in America come migliore birra del mondo nella categoria lager.<br />
Un cenno merita il Ratafià, liquore ricavato dalla macerazione alcolica di ciliegie selvatiche, fatto secondo una ricetta vecchia di 500 anni.<br />
Vorrei spiegare le parole “con fatica”, ebbene non ci sono né bancarelle, né negozi a vocazione turistica, i biellesi probabilmente comprano alla fonte.<br />
L’itinerario può continuare con la visita di un paesino ad una quindicina di chilometri da Biella: Candelo, che merita di essere visto soprattutto per l’antico borgo chiamato Ricetto.<br />
I ricetti, costruiti tra il XII e XIV secolo erano costruzioni fortificate che sorgevano accanto ai villaggi per proteggere la popolazione e le scorte alimentari durante i periodi di guerra. Da ottimi rifugi durante le incursioni nemiche, nei tempi di pace venivano utilizzati come depositi e cantine per la produzione e la conservazione del vino.<br />
In Piemonte ne sono stati censiti quasi duecento, ma quello di Candelo è il più rappresentativo per l’eccezionale stato di conservazione e per l’integrità strutturale.<br />
All’interno della cinta muraria, dove vi sono circa duecento casette rustiche in pietra, si trova la “Taverna del Ricetto”. I soffitti a volta in mattone, le pareti in pietra che richiamano lo stile esterno e i mobili antichi, conferiscono al locale un’atmosfera d’altri tempi, molto accogliente. Vanto della cucina è la selvaggina, fra le specialità i fagiani con l’uva.<br />
Ed ancora altri paesi scrigno di arte e di sapori quali &#8211; ne cito solo alcuni &#8211; Masserano, Sordevolo, Magnano, Valdengo, Rosazza, e poi i Parchi della Burcina, della Baraggia, la riserva speciale della Bessa (miniera d’oro a cielo aperto di epoca romana). Un territorio a soli due ore (anche meno) da Milano, un mondo nuovo in così poco tempo. Andateci ve lo raccomando!<br />
<em>Maria Teresa Campora</em></p>
<p><em><strong>Torcetti</strong> (Dolci, dessert e pasticceria)<br />
I Torcetti sono prodotti nelle Valli di Lanzo, nel resto della provincia di Torino e nelle vallate biellesi.<br />
Sono biscotti a lievitazione naturale, costituiti da un bastoncino di pasta le cui estremità vengono piegate in modo da conferire al prodotto la caratteristica forma allungata a goccia.<br />
La superficie è ricoperta di zucchero ed è lucida grazie ad una pennellatura con acqua.<br />
Il loro colore è paglierino dorato ed hanno una consistenza friabile.<br />
Gli ingredienti per la preparazione sono farina di frumento, acqua, burro, lievito di birra, malto, zucchero e sale…<br />
<strong>Autore</strong>: Bontacchio Silvana<br />
(per ulteriori info andare al sito: http://www.ars-alimentaria.it/schedaProdotto)<br />
</em></p>
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		<title>Le città fantasma</title>
		<link>http://www.provole.info/archives/596</link>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 06:43:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il librettino con i programmi delle uscite culturali dell’Università del Tempo Libero di Gorgonzola parlava di città fantasma. Poi, il programma definitivo consegnato ai partecipanti della gita dello scorso aprile ha preso il titolo: “Carpi e Guastalla – le piccole Capitali”. Perché mai, mesi prima avevo scritto di città fantasma? Sicuramente per incuriosire, attrarre l’attenzione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il librettino con i programmi delle uscite culturali dell’Università del Tempo Libero di Gorgonzola parlava di città fantasma.<br />
Poi, il programma definitivo consegnato ai partecipanti della gita dello scorso aprile ha preso il titolo: “Carpi e Guastalla – le piccole Capitali”. Perché mai, mesi prima avevo scritto di città fantasma? Sicuramente per incuriosire, attrarre l’attenzione e promuovere la partecipazione. L’associazione della parola “fantasma” al termine città richiama alla mente, come immagine immediata, le città americane dei film Western, sferzate da un forte vento e in cui la porta a spinta del saloon sbatte cigolando. Abbandonate dai loro abitanti perché la loro funzione era ormai venuta meno. Ed è proprio su questo ultimo concetto che avevo trovato un parallelo con le città del Rinascimento dell’area padana come Carpi, Mirandola, Guastalla, Sabbioneta, Gualtieri ed altre ancora. Città che assunsero, in momenti diversi, il ruolo di piccole capitali, frutto principalmente del capriccio delle varie famiglie regnanti. La fase di prosperità si esaurì presto: questi centri, persa la loro realtà economica, rimasero per secoli semideserti e dimenticati, imbalsamati nel loro splendore come scenari teatrali in mezzo alla campagna padana. E’ così che la loro struttura rinascimentale ha potuto conservarsi quasi intatta. Piazze enormi, castelli superbi, mura e fortificazioni imponenti, chiese e palazzi monumentali, raccontano l’ottimismo dei loro signorotti d’un tempo.<br />
Questi piccoli monarchi aderirono a quell’utopismo che legittimava la ricerca di una felicità in terra, di una ordinata convivenza, di legalità, e da qui la nascita della città ideale per l’Uomo felice.<br />
Sabbioneta è sicuramente uno degli esempi più luminosi di “città rinascimentali”, è nota infatti come la ‘piccola Atene’, ma restiamo alle piccole capitali oggetto della nostra visita.</p>
<p><strong>Carpi</strong><br />
Sicuramente è molto interessante e di città fantasma non ha proprio niente. Carpi a tutt’oggi può considerarsi la capitale europea della maglieria, delle confezioni e della tessitura. E’ una città da vivere passeggiando per il suo centro storico, scoprendo in ogni angolo il suo augusto passato. La Piazza dei Martiri (nome che ricorda la presenza all’interno del territorio carpigiano del Campo di Concentramento di Fossoli) è lunga ben due chilometri ed è la terza in Italia per dimensioni.<br />
Ci siamo capitati di giovedì, giorno di mercato, &#8211; farà bene ad annotarlo il visitatore che intende andarci o ritornarci &#8211; una sfilza di bancarelle per tutta la lunghezza dei portici della piazza, peccato! Perché il colpo d’occhio della piazza, senza il mercato, sarebbe stato unico.<br />
L’altra piazza, quella del Re Astolfo, ci ha riportato al medioevo, da una parte il retro del Castello dei Pio, dall’altra la Pieve di Santa Maria del Castello detta “la Sagra”. Edificio di antichi natali longobardi, poi ricostruito nell’XI e XII secolo sotto Matilde di Canossa e poi rifatta, solo nella facciata, nel ‘500.<br />
L’anima della Contessa Matilde aleggia su tutte le terre reggiane e modenesi, chiese, palazzi, castelli, ci parlano di quella che fu la più importante donna del Medioevo, la “Matelda” cantata da Dante nel Paradiso che, schieratasi con la Chiesa, tenne testa con le armi all’Imperatore Enrico IV.<br />
Abbiamo poi visitato il sontuoso interno del Palazzo dei Pio, e proseguito recandoci in visita alla Sinagoga, costruita ex novo nel 1859, di tardo gusto neoclassico.<br />
La guida ci ha spiegato che la religione ebraica prescrive che la sala dove si espongono i rotoli della Torà, deve avere sopra il cielo. Infatti un vasto lucernario illuminava la sala dall’alto.<br />
Per ultimo abbiamo ammirato il Teatro Comunale che si affaccia sulla gigantesca Piazza dei Martiri. Abbiamo appreso che il Comunale è l’erede diretto del Teatro Vecchio del 1639, che era quasi completamente ligneo ed era collocato all’interno di Palazzo dei Pio. Si dovrà arrivare al 1857 per questo nuovo teatro di gusto neoclassico. L’interno, interamente dipinto con rappresentazioni allegoriche, ha visto passare attori e compagnie di prosa di rinomanza internazionale (tutto ciò in linea con l’intensa vita cittadina). Stessa epoca e gusto per il grande telone che faceva da sipario. Attualmente è utilizzato solo nelle grandi occasioni, per preservarlo dall’usura del tempo, e nel contempo pudicamente delimitare l’esposizione delle bellezze locali soltanto a ospiti di prestigio. Dopotutto, ci viene rivelato che hanno posato da modelle le carpigiane delle classi superiori della seconda metà dell’ottocento! (Qualche concittadino potrebbe riconoscervi alcuni tratti somatici delle proprie nonne e bisnonne &#8211; mai più al riparo da occhi indiscreti, ma almeno alla mercé soltanto di sguardi illustri.)<br />
Per il pranzo avevo proposto un buon self service ed un ristorante sotto i portici della piazza. Infatti la maggior parte di noi si è fiondata al self service, dove con soli 10 euro ci hanno servito un pasto completo compreso di tovaglia di stoffa! Le brave “sfogline” di Carpi avevano preparato la pasta fresca per le lasagne (avevamo avvisato che saremmo arrivati in gran numero!). Mentre i “ricchi” sono andati al ristorante. Prima dei classici cappelletti annaffiati con dell’ottimo lambrusco, ci hanno raccontato di avere cominciato con il gnocco fritto, da mangiare rigorosamente con le mani.</p>
<p><strong>Guastalla</strong><br />
Il pomeriggio è continuato con la visita di Guastalla e da qui in poi stendiamo un velo pietoso.<br />
Un forte vento (proprio quello dei film Western) e nuvole nere che minacciano pioggia, non ci hanno fatto apprezzare affatto Guastalla. La seconda guida, una ragazzona teutonica di nome e di fatto (galeotto fu l’amore per un modenese…), ci chiede: “Che cosa vi ha portato qui? Non abbiamo mai avuto turisti, è la prima volta che accompagno dei visitatori!”<br />
Il comune di Guastalla però si è prodotto in patinate pubblicazioni che ci vengono date a piene mani, ma evidentemente pochi apprezzano le bellezze architettoniche del posto che vi assicuro sono degne di essere ammirate.<br />
Siamo nel giorno della chiusura dei negozi e la città è deserta – un giovedì: lo ribadiamo per una futura scelta più avveduta. Si cammina al centro delle stradine e non si incontra anima viva, di auto nemmeno l’ombra. Una vera città fantasma.<br />
Leggiamo su di una delle guide del Comune: “l’unico stress che qui conosciamo è quello di arrivare in tempo a casa per mettere i piedi sotto il tavolo affinché i cappelletti siano ancora caldi.”<br />
Il vento ci ha spinto per tutto il tragitto, abbiamo cominciato con il superbarocco Santuario della Beata Vergine della Porta, continuato poi per stradine e case basse sino al punto chiamato “la Croce di Volterra” caratterizzato dalla presenza di quattro chiese all’estremità della croce stradale.<br />
Siamo entrati nel Teatro Comunale, un piccolo gioiello di impronta tardo seicentesca, intitolato al grande Ruggero Ruggeri di discendenza guastallese. Superata la seicentesca Sinagoga senza fermarci (ne avevamo già vista una!) si è aperta davanti al nostro sguardo la caratteristica Piazza Mazzini, con la fontana del seicento in ferro battuto, il Palazzo Ducale e la statua bronzea di Ferrante I.<br />
Per finire il Monumento al Po e alle sue genti, opera dello scultore Pietro Cascella, che fronteggia la via  Lido Po.<br />
Da qui in poi il gruppo si spezza, chi vuole andare al bar perché ha freddo, chi vuole comperare prodotti locali nell’unico negozio aperto … ma un gruppo di “arditi” dietro alla teutonica ragazza di Monaco di Baviera si avvia per la nuova, interminabile, strada pedonale e ciclabile che parte da via Po e conduce al maestoso fiume.<br />
Sicuramente passeggiata magnifica con il sole, un po’ meno con le gocce che incominciano a cadere ed il vento … In seguito si è scoperto (la guida non lo sapeva) che il pullman poteva arrivare fino alla sponda del fiume!<br />
La promessa di una visita alle città fantasma si è realizzata anche così, con qualche imprevisto e al seguito un po’ di nuvolaglie.</p>
<p><strong>Ristoranti e self  service:</strong><em><br />
Self  service Idea 3, via Rocca 76, Carpi &#8211; Tel. 059689660<br />
Da Giorgio Ristorante, via Rocca 1, Carpi &#8211; Tel. 059685365</p>
<p><strong><em>Specialità:</strong><br />
Gnocco fritto.</em><br />
Ingredienti:500 g di farina, 40 g di strutto , 40 g di lievito di birra, un pizzico di bicarbonato. Latte.<br />
Lavorate la farina insieme con 40 g di strutto, 40 g di lievito, un pizzico di bicarbonato, sale e tanto latte tiepido quanto occorre per ottenere un impasto piuttosto morbido. Lasciate lievitare per circa un’ora. Stendete quindi l’impasto con uno spessore di circa ½ cm, ritagliatelo in rombi e friggete un po’ per volta in abbondante strutto bollente. Gli gnocchi fritti si mangiano caldi, accompagnati da formaggio tenero o prosciutto crudo.</em><br />
(Maria Teresa Campora)</p>
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		<title>La Valle Vigezzo</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2009 07:30:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A cura di Maria Teresa Campora Vi racconterò di una valle straordinaria, fuori dal comune. Sono solo sette i paesi: Santa Maria Maggiore, Druogno, Toceno, Craveggia, Re, Malesco, Cagnone Orcesco. Pensate che non è stata ancora rovinata dalla usuale edilizia disordinata, è visitabile in poco tempo ed è facilmente raggiungibile da Milano. E’ la cosiddetta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>A cura di Maria Teresa Campora</em><br />
Vi racconterò di una valle straordinaria, fuori dal comune. Sono solo sette i paesi: Santa Maria Maggiore, Druogno, Toceno, Craveggia, Re, Malesco, Cagnone Orcesco.<br />
Pensate che non è stata ancora rovinata dalla usuale edilizia disordinata, è visitabile in poco tempo ed è facilmente raggiungibile da Milano. E’ la cosiddetta Valle dei pittori o meglio Valle Vigezzo, ricca di tradizioni e di bellezze architettoniche e pittoriche.<br />
Sono sempre meno i luoghi di montagna dove si respira l’atmosfera del passato, in val Vigezzo è possibile. Si arriva con l’autostrada Milano Laghi in direzione Gravellona &#8211; Toce  fino all’uscita Masera &#8211; valle Vigezzo. Nel tempo di due ore circa da Milano.<br />
Per chi è solo e vuole concedersi una vacanza diversa, può andarci col treno. Sale alla Centrale di Milano, scende a Domodossola e prende il trenino. E’ la linea “Vigezzina” o “Centovallina”, denominazione italiana e svizzera della linea ferroviaria che, attraverso un percorso su 36 ponti, tra vigneti, baite dai tetti in piode e precipizi mozzafiato, collega Domodossola a Locarno.<br />
E’ dal 1936 che esiste questa gloriosa linea. E poi a piedi…. C’è da mettere in conto tre o quattro giorni complessivamente. E per ogni giornata un piccolo cammino di all’incirca due o tre ore. Naturalmente a tappe, una borraccia, un panino e via!<br />
Certo il nostro escursionista solitario dovrà trovarsi un albergo in uno dei paesi lungo la ferrovia, a Druogno o a Santa Maria Maggiore o a Malesco, ma per questo non ci sono problemi, poiché gli alberghi ci sono e a buon prezzo!<br />
Ovviamente i luoghi descritti si possono raggiungere anche con l’auto, ma col trenino è un’altra cosa. Cominciamo così l’immaginario percorso.</p>
<p>1° giorno &#8211; Appena entrati in valle si scende alla stazione di Gagnone Orcesco. Abitualmente (se il turista ha prenotato) l’albergo della vicina Druogno manda qualcuno a prendere i bagagli.<br />
Percorse le vie del paese di Gagnone si va verso la provinciale dove accanto alla piccola chiesetta romanica, ora biblioteca, si sosta davanti alla “Cappella dell’addio” dove gli emigranti venivano accompagnati dai parenti e dagli amici per l’ultimo saluto prima della partenza per terre lontane. Nella cappella l’immagine rappresentata è quella della Madonna di Re (il paese vigezzino del miracolo), accanto troviamo raffigurati San Defendente, S.Antonio, S.Rocco e l’Arcangelo Gabriele. Sul frontone l’artista tocenese Tita Ciolina vi dipinse due mani (una di donna e una di uomo) intersecate nell’atteggiamento di darsi l’addio. I Vigezzini che emigravano, lasciata la mamma o la fidanzata, proseguivano a piedi verso Domodossola. Giunti al piano, dovevano scegliere tra due itinerari, o proseguire verso il Lago Maggiore e raggiungere varie località in Italia, compreso il porto di Genova, oppure affrontare la salita del Sempione per la Svizzera e la Francia.<br />
I Vigezzini all’estero lasciarono tracce indelebili del loro talento anche quando partirono come semplici, poveri spazzacamini, ma questa è un’altra storia sulla quale ci soffermiamo in seguito.<br />
Ritorniamo al nostro itinerario. Camminando a lato della provinciale si arriva a Druogno, ci si dirige alla stazione dei treni, sosta nel vicino albergo e quindi consiglio la stradina che corre a lato del bosco di Fracchia, che porta a Santa Maria Magiore (il paese più conosciuto). Nell’incantevole piazzetta con la Parrocchiale avrete modo di ammirare splendidi edifici seicenteschi: il centro culturale “Vecchio Municipio” sede di interessanti mostre, l’elegante sede del Comune “Villa Antonia” che ospita nel suo grande parco il Museo dello Spazzacamino.(*)<br />
Da non perdere la Parrocchiale dedicata alla Vergine Assunta e la scuola di belle arti “Rossetti Valentini” con la Pinacoteca. La valle dei pittori deve molto a questa scuola, ma la pittura in valle è nata prima e le ragioni di questo accadimento non sono facilmente spiegabili. Forse la bellezza del paesaggio, forse l’emigrazione e i rapporti con la Francia, la necessità di guadagnarsi la vita… Fatto sta che nelle vie ci sono ancora ben visibili affreschi del ‘400 che rappresentano soprattutto Madonne con il Bambino. Dal ‘600 in poi è tutto un susseguirsi di pittori che affrescano le chiese e le case di tutta la valle. Anche sul fienile di montagna, sulla facciata della baita più sperduta trovava posto, in una nicchia sopra la porta, la Madonna benedicente.<br />
Continuando il nostro cammino, andiamo alla stazione di Santa Maria dove prendiamo poco più avanti la via per Butogno. Il piccolo paese, costituito da un nucleo rustico con vicoli, orti e scorci interessanti, stupisce per il suo insieme architettonico legato alla vita agricola . (Il mio nipotino di quattro anni ha fatto lo stesso tragitto con altri bimbi, accompagnato da gentili animatrici. Sulle tracce della fiaba “il fagiolino magico”, ha girato per i rigogliosi orti di Butogno portando poi a casa, tutto contento, una piantina di fagiolo.)<br />
Attraversiamo Buttogno; costeggiando gli alberi si arriva a Druogno dove non si potrà visitare la Parrocchiale di San Silvestro con i pregevoli affreschi dei maestri vigezzini, l’organo settecentesco perfettamente funzionante e la tela del pittore fiammingo Gottardo Maes (1685) acquistata ad Anversa da emigranti e donata alla chiesa del paese natio. All’uscita del paese si trova il Museo della Cartolina Vigezzina.<br />
All’albergo della stazione di Druogno si possono gustare le raclette, la fonduta e il bourghignon, e  se lo si chiede, forse si ha modo di provare le specialità della valle che chiamano “runditt” a Malesco e “amiasc” a Coimo (è un po’ come dire: quando si fa di tutto per confondere il forestiero!).<br />
<em>(I parte)</em></p>
<p>(<em>Note e ricette in calce nella II parte</em>)</p>
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		<title>La Valle Vigezzo (II parte)</title>
		<link>http://www.provole.info/archives/498</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2009 07:46:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio</dc:creator>
				<category><![CDATA[5.Itinerari alla scoperta dell’Italia minore]]></category>

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		<description><![CDATA[2°giorno &#8211; Si prende il trenino e si scende a Santa Maria Maggiore. L’albergo della stazione è proprio lì davanti. Due parole su queste stazioncine: sono veramente leziose, piccole, piene di fiori, alla moda svizzera. Costeggiando il rio Riana ci si incammina verso Malesco, ma si dovrà rientrare prima all’altezza del supermercato G.S. da dove [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>2°giorno &#8211; Si prende il trenino e si scende a Santa Maria Maggiore. L’albergo della stazione è proprio lì davanti. Due parole su queste stazioncine: sono veramente leziose, piccole, piene di fiori, alla moda svizzera.<br />
Costeggiando il rio Riana ci si incammina verso Malesco, ma si dovrà rientrare prima all’altezza del supermercato G.S. da dove si prende la strada per il borgo di Prestinone (831m. di altezza sul livello del mare) passando sopra il ponte sul Melezzo. Prestinone è uno splendido borgo che ha dato i natali a Carlo Fornara, il pittore più noto a livello internazionale e a Severino Ferraris, suo nipote. Il nucleo medievale presenta, oltre alla casa del pittore Fornara, belle case affrescate e l’antico Lazzaretto.<br />
Sulla destra si trova la stazione della funivia per la Piana di Vigezzo, centro sciistico, punto di partenza per splendide escursioni e per il volo libero.<br />
Sulla piazza in ciottoli troviamo la chiesina di S. Gottardo, salendo lungo la mulattiera fiancheggiata da artistiche cappellette, arriviamo sulla strada per Toceno (907 m. sul livello del mare), paese con belle case in pietra, vicoli e piazzette caratteristiche. Spicca all’ingresso, davanti al Cimitero, l’Oratorio di Sant’Antonio con dipinti del ‘500 di Giovan Battista da Legnano. Da vedere all’interno di Toceno il forno comunitario Thoma esternamente affrescato .<br />
Pensate che ancora una ventina di anni fa funzionava ancora. Ricordo perfettamente le donne del luogo mentre portavano a cuocere le loro torte vigezzine nella apposita pentola in coccio.<br />
Da Toceno scendiamo verso l’<em>orrido</em> (si chiama così!) di Crana. Il pittoresco paesino vanta il bellissimo Oratorio del ‘500 dedicato a S. Rocco con affreschi di Giovan Battista da Legnano. Tra le antiche case spicca quella natale di Paolo Feminis inventore dell’acqua mirabilis, che fu poi fatta conoscere in tutto il mondo da Giovanni Maria Farina di Santa Maria Maggiore come “<em>Acqua di colonia Jean Marie Farina</em>”.</p>
<p>3° giorno &#8211; Il nostro trenino è diretto a Malesco; si scende alla fermata dopo Santa Maria. Si può prendere alloggio, per la sera, presso il Leon d’Oro, via Conte Mellerio N°49 (<em>maggiori dettagli in fondo</em>).<br />
Depositato il superfluo in camera, ci si mette in cammino. Uscendo da Malesco si prende la strada per Zornasco (da vedere il Mulino …) diretti a Craveggia (885 m.) paese dall’aspetto aristocratico, ricco di affreschi sulle facciate delle case, conosciuto per gli alti svettanti comignoli sui tetti del centro storico. A Craveggia è custodito, nella Parrocchiale, il famoso “tesoro dei Re di Francia” costituito da gioielli e tessuti lasciati in donazione dagli emigranti che hanno fatto fortuna all’estero. La Parrocchiale con l’ultracerato pavimento di legno è interamente dipinta, all’interno, da Giuseppe Mattia Borgnis nato a Craveggia; morì in Inghilterra dove lavorò nei palazzi della nobiltà anglosassone.<br />
Percorrendo le settecentesche edicole della via Crucis si ritorna a Malesco. Dopo uno spuntino, nel pomeriggio, camminando lungo il sentiero che costeggia il Melezzo, si arriva a Re dove troneggia l’imponente Basilica dedicata alla Madonna del Sangue. Comprende l’antico Santuario con l’Affresco della Madonna del Latte, la cui fronte colpita da una “piadella” nel 1494 &#8211; così narra la leggenda &#8211; miracolosamente versò per molto tempo sangue. Parte di esso è tuttora conservato nel reliquario all’interno della Basilica.<br />
Ripercorrendo la strada carrozzabile, una stradina sulla vostra destra vi porterà a Villette, un pittoresco paesino ricco di affreschi e meridiane. A Villette si trova il piccolo museo di cultura materiale contadina “Ca’ di Feman de la piazza”. Quindi si fa ritorno di nuovo a Malesco &#8211; paese dal nome di origine longobarda &#8211; importante avamposto a guardia degli sbocchi verso il Lago Maggiore.<br />
A fine giornata si può fare un salto al Caseificio della Valle, presso il nuovo edificio della Comunità Montana a Santa Maria Maggiore, dove troverete il prosciutto prodotto localmente e tutti i tipi di formaggio delle casere di montagna.</p>
<p>(*) <em>Lo Spazzacamino</em><br />
In Francia i documenti ci parlano degli spazzacamini, dai primi del seicento. In Olanda si parla già di spazzacamini vigezzini in due documenti della metà del ’500.<br />
Nella Francia del 1700 avevano un’attività regolata da veri e propri contratti, una loro divisa e dei recapiti dove trovarli.<br />
Questa situazione fu favorita dall’appoggio che diedero loro i re di Francia, da Luigi XIII in avanti. Nell’archivio comunale di Craveggia sono conservate varie pergamene reali che elargivano loro concessioni e privilegi.<br />
La fase più critica della vita dello spazzacamino è registrata però negli ultimi anni dell’ottocento e nei primi del novecento, quando i bambini poveri di sei anni e poco più erano abbandonati nelle grinfie di un padrone spesso disumano o erano lasciati a se stessi e alla miseria.<br />
Il fenomeno si attenuò a poco a poco, quando per affrontare la povertà si preferì emigrare in America. Gli spazzacamini restanti continuarono e continuano tuttora il loro lavoro. Tutti gli anni, per tradizione, si ritrovano in Val Vigezzo nei giorni del ferragosto. Delegazioni provenienti dalla Germania, dalla Francia e da altri paesi europei arrivano con le loro insegne, con i loro costumi tipici e fanno festa tra canti e balli.</p>
<p><strong>Curiosità gastronomiche</strong></p>
<p><em><strong>“Runditt” a Malesco (e “amiasc” a Coimo)</strong><br />
E’ una sottile sfoglia di acqua e farina condita con il burro dell’alpe (assomiglia molto alla “carta da musica “ sarda ma è condita).</em></p>
<p><em><strong>La bourguignon di formaggio vigezzino</strong></em><br />
<em>E’ una fonduta, come quella che caratterizza la specialità valdostana, cambia solo il tipo di formaggio. Il segreto di questa specialità sta nel fondere il formaggio facendogli assumere la giusta consistenza. Per evitare che si formino grumi è necessario scaldare il formaggio insieme al latte senza superare i 60 gradi, mescolando in continuazione, per poi aggiungere i tuorli d’uovo che serviranno a dare consistenza e fluidità alla crema di formaggio. La fonduta andrà poi mantenuta calda con l’apposito fornelletto.<br />
<strong>La ricetta</strong><br />
Ingredienti per 4 persone: 400 g di formaggio vigezzino semistagionato, 250g di latte intero, 4 tuorli d’uovo, 30 g di burro, pepe bianco, sale.<br />
Tagliare il formaggio a pezzetti e lasciarlo nel latte per 3 ore, trasferire il formaggio con il latte nella pentola e scaldare mescolando, aggiungere mano a mano i tuorli e il burro.<br />
Si mangia intingendo il pane a pezzetti con l’apposita forchettina. In valle si aggiunge un bicchierino di grappa.</em></p>
<p><em><strong>La torta vigezzina (detta pane e latte)</strong><br />
E’ la cucina del recupero, con quello che costa il pane non si butta!<br />
Pane secco sminuzzato e due etti di amaretti secchi sbriciolati, il tutto in ammollo in un litro di latte caldo. Il pane deve essere di quantità necessaria all’ammollo. Lasciare a riposare per circa tre ore, poi mescolare e sciogliere eventualmente con le mani i pezzi che non si sono ammorbiditi.<br />
Aggiungere un uovo intero ed un rosso, due cucchiai di zucchero, un pugnetto di uvetta sultanina precedentemente ammollata, un pizzico di aromi (è la bustina che produce la ditta Bartolini e che si chiama saporita) e una tazzina da caffè di burro sciolto.<br />
Mettere il tutto in una teglia quadrata, possibilmente antiaderente, con il fondo imburrato ed infarinato. Il composto deve essere piatto, dello spessore di due centimetri e mezzo circa.<br />
Cuocere per mezz’ora coperto con alluminio e per un’altra mezz’ora scoperto. Il forno a temperatura di 180 gradi.</em></p>
<p><strong>Alloggio in Malesco</strong><br />
Leon d’Oro, via Conte Mellerio N°49 – telefono 0324-92127.<br />
Il bed and breakfast Leon d’Oro è situato nel centro storico di Malesco, in un antico e nobile edificio detto “dei Baroni” che risale al XV secolo. E’ stato realizzato nel 2006 con un ricupero filologico degli ambienti. La piccola residenza (3 camere doppie) è gestito dalla famiglia Cavalli, tradizionalmente legata alla produzione di salumi tipici e alla lavorazione della pietra ollare. Adriano, il capofamiglia, è inoltre scultore di pietra ollare. E’ possibile consumare la colazione alla vigezzina che include i salumi e i prodotti della valle.<br />
La famiglia Cavalli gestisce nel medesimo immobile una salumeria; sue produzioni famose sono il prosciutto crudo di Malesco, la bresaola, la carne salata, i tapiulit (salamini di maiale), nonché il lardo aòlle noci ed erbe. Buono il rapporto qualità/prezzo.<br />
MTC</p>
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		<title>Il romanico degli Almenno</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Dec 2008 09:25:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Appunti di viaggio a cura di Maria Teresa Campora E’ così che si intitolava un articolo circa una località bergamasca apparso sul Corriere della Sera alla fine del mese di Agosto, questo a significare che l’interesse per quella zona, ai più ignota, si sta oramai sviluppando. Già da tempo mi frullava l’idea di portare l’Università [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Appunti di viaggio a cura di Maria Teresa Campora</em></p>
<p>E’ così che si intitolava un articolo circa una località bergamasca apparso sul Corriere della Sera alla fine del mese di Agosto, questo a significare che l’interesse per quella zona, ai più ignota, si sta oramai sviluppando.<br />
Già da tempo mi frullava l’idea di portare l’Università del Tempo Libero in quei siti posti ai piedi della valle Imagna. Letto l’articolo, non ebbi più dubbi.<br />
Almenno San Bartolomeo e Almenno San Salvatore: due paesini ad un tiro di schioppo da Bergamo e quattro capolavori architettonici dell’arte medievale.<br />
E così il 24 ottobre siamo partiti in 50 in direzione del primo gioiello: San Tomè.<br />
Perché Almenno ? Forse da lemine, nome riportato dalle fonti medievali per Almeno.<br />
Su tutti i libri che parlano dello stile romanico la chiesina di San Tomè ha un posto d’onore; è una simbologia trasportata in Italia dai Crociati per ricordare il Sepolcro del Salvatore a Gerusalemme. La lunetta su di una porta laterale rappresenta San Tomaso (con una ‘m’ sola perché non è l’apostolo) con a destra la palma del martirio, a sinistra la stella dell’oriente e via via all’interno simboli e simboli : la sirena bicaudata, l’aquila….<br />
La bellezza dell’interno è nella luce che filtra dall’alto ed accarezza le colonne, gli archi e gli originali capitelli. Il monumento poi è immerso nella natura, intorno non si è costruito niente! Siamo stati fortunati, la giornata era bella e i colori dell’autunno perfetti. L’antico primitivo convento femminile, che è stato restaurato da poco, ci ha fatto considerare la unicità dei luoghi scelti dai religiosi per l’elevazione dell’anima.<br />
La seconda tappa ci ha portato alla chiesa romanica di S.Giorgio, purtroppo totalmente in restauro, ci torneremo perché abbiamo visto le foto dell’interno: uno sballo!<br />
La terza visita ha costituito forse la grande sorpresa della giornata. Con un piccolo tragitto a piedi &#8211; il pullman ha i suoi limiti &#8211; abbiamo raggiunto la località di Clanezzo, dove da un balcone terrazzato, con alle spalle il castello omonimo, abbiamo spaziato sull’avvallamento che nei secoli ha scavato il fiume Brembo.<br />
Per il suo attraversamento è stato costruito, in epoca romana, un audace ponte in pietra che è ancora lì. In periodo medievale si costruì la dogana e 150 anni fa la passerella pedonale che congiunge le due sponde &#8211; per la sua lunghezza, dondola un po’&#8230; Paesaggio grandioso, come bambini abbiamo provato ad attraversare e abbiamo sospirato di sollievo all’arrivo sulla terra ferma! Il nostro caro amico Adriano chiede a degli operai che lavorano sull’argine: “La passerella è sicura?”<br />
Risposta: “La state collaudando proprio adesso!”<br />
Una colorata specie di orchidee orna le rive del fiume, mi dicono che si chiama balsamina; ne ho colto due steli prima di essere folgorata dal dubbio: forse è una specie protetta!<br />
Arrivata l’ora del pranzo, tutti sul pullman per San Salvatore e al ristorante, nel convento di San Nicola. L’autista, un simpatico bergamasco doc, con una manovra da campione, riesce ad imbucare in retromarcia una stradina che, svoltando ad angolo retto, finisce sul piazzale della chiesa di San Nicola proprio davanti al ristorante. Applausi. Ornella esordisce: “Un bacio all’autista!” ma da chi? Siamo tutte più che anta! Però c’è la guida, una splendida ragazza che purtroppo si defila!<br />
Pranzo al ristorante “La frasca”, tavolata lungo il porticato del chiostro, atmosfera medievale, polenta pasticciata eccezionale targata “la frasca” ed altre cose buone. Il vino era a gogò, ma è prevalsa la morigeratezza!<br />
La chiesa di San Nicola è un bell’esempio di stile gotico-romanico, con sovrastrutture barocche. Mi risulta che una mano felice (so di chi è ma non lo dico) ha scrostato buona parte della navata sinistra per portare alla luce gli affreschi primitivi, questo per sensibilizzare gli aiuti delle Belle Arti.<br />
Ultima tappa: Santuario della Madonna del Castello, tre chiese in una! La Pieve del Salvatore, la cripta del X secolo e con il Rinascimento, la nuova chiesa coinvolta in un miracolo mariano. Alacri lavori di restauro, ma c’è ancora tanto da fare.<br />
Si torna, l’autista in stretto gergo bergamasco invita due signori del posto a spostare il loro camioncino che ostacola la partenza. Si intendono al volo, noi non capiamo un accidente, ma si ride. La giornata è finita col tramonto che ci accompagna per tutto il ritorno. E’ l’ultimo sole, fra due giorni terminerà l’ora legale.</p>
<p><em><strong>Curiosità gastronomiche</strong> (come si prepara la polenta alla frasca per quattro persone di buon appetito).<br />
Kg. 1 e ½ di farina di grano saraceno; kg. 1 e1/2 di farina gialla, 3 etti di burro, due etti di formaggio bitto a pezzettini, sale, due etti di spinaci e biete cotti e strizzati.<br />
Riunire in un paiolo un litro d’acqua leggermente salata e metà del burro. Far prendere l’ebollizione e aggiungere un po’ alla volta, a pioggia, la farina. Cuocere mescolando e aggiungendo, se necessario, altra acqua bollente.<br />
A metà cottura (20 minuti circa) ritirare la polenta e aggiungere il rimanente burro, il formaggio e le verdure tritate. Continuare a cuocere per più di venti minuti.</em></p>
<p>(MTC-Ottobre 2008)</p>
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		<title>Novi ligure e dintorni, tra arte e cioccolato</title>
		<link>http://www.provole.info/archives/176</link>
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		<pubDate>Fri, 24 Oct 2008 06:46:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Suggerimenti di viaggio a cura di Maria Teresa Campora Libarna-Novi Ligure- Acqui Terme- Abbazia di Sezzadio Il viaggio ha lo scopo di farvi conoscere ed apprezzare zone note solo ai nativi, che pur appartenendo ad una Italia minore, hanno una loro particolarità e fascino. Prima tappa &#8211; Libarna, una città romana a meno di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><!--[if gte mso 9]><xml> <w:WordDocument> <w:View>Normal</w:View> <w:Zoom>0</w:Zoom> <w:HyphenationZone>14</w:HyphenationZone> <w:PunctuationKerning /> <w:ValidateAgainstSchemas /> <w:SaveIfXMLInvalid>false</w:SaveIfXMLInvalid> <w:IgnoreMixedContent>false</w:IgnoreMixedContent> <w:AlwaysShowPlaceholderText>false</w:AlwaysShowPlaceholderText> <w:Compatibility> <w:BreakWrappedTables /> <w:SnapToGridInCell /> <w:WrapTextWithPunct /> <w:UseAsianBreakRules /> <w:DontGrowAutofit /> </w:Compatibility> <w:BrowserLevel>MicrosoftInternetExplorer4</w:BrowserLevel> </w:WordDocument> </xml><![endif]--><!--[if gte mso 9]><xml> <w:LatentStyles DefLockedState="false" LatentStyleCount="156"> </w:LatentStyles> </xml><![endif]--><em>Suggerimenti di viaggio a cura di Maria Teresa Campora</em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong>Libarna-Novi Ligure- Acqui Terme- Abbazia di Sezzadio</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Il viaggio ha lo scopo di farvi conoscere ed apprezzare zone note solo ai nativi, che pur appartenendo ad una Italia minore, hanno una loro particolarità e fascino.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong>Prima tappa</strong> &#8211; <strong>Libarna</strong>, una città romana a meno di un centinaio di Km. da Milano, a due passi da Novi Ligure.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Sul tracciato dell’antica via Postumia che si snodava da Genova ad Aquileia, sorgeva infatti la città di Libarna fondata dai Romani alla fine del I sec d.C. sulla riva sinistra dello Scrivia. Forse il nome di Libarna non vi è nuovo, vi ricorda infatti il famoso distillato. Ebbene sì la grappa che conoscete, la si produce a Serravalle Scrivia, cittadina vicina a Libarna.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">L’area archeologica che comprende anche un teatro ed un anfiteatro è aperta tutti i giorni, salvo il lunedì dalle ore 9,30 alle 18.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">In mezzo alla campagna, tra l’erba alta (non c’è molta cura da parte dei custodi, che forse non esistono nemmeno!) vi farete sorprendere dalla città romana che ha ancora ben definite le sue strade e il complesso di abitazioni dette “la casa del medico” perché vi sono stati trovati degli strumenti per operazioni chirurgiche.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Pensate che agli inizi del novecento, con la costruzione della camionale dei Giovi e per lavori lungo la ferrovia, la città venne notevolmente danneggiata, la zona fu lasciata senza controllo e fu così che mio nonno andò a scavare insieme ad altri ragazzotti. Risultato di questa incursione corsara è una moneta che ho fatto debitamente incorniciare. Pochi anni fa ho scoperto che non è un patacca come avevo sempre pensato ma, come mi ha detto un antiquario collezionista, è una moneta punica in quanto la zona di Libarna era un fiorente centro commerciale.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong>Seconda tappa</strong> &#8211; Da Libarna vi porterete a <strong>Novi Ligure</strong>.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Quando a Milano, dove studiavo, mi chiedevano dove fossi nata e io rispondevo Novi Ligure, mi dicevano: “Beata te che sei nata in un paese di mare!” Ma che mare! Nebbia, freddo e pianura come a Milano. Perché allora questo nome? Perché anticamente e precisamente nel 1400 passò ai Genovesi e divenne centro nevralgico per lo smistamento delle merci che da Genova raggiungevano la pianura padana. Influssi liguri nel dialetto e nelle testimonianze storiche ed artistiche. Città di musicisti, di cioccolatai ( La Novi e la Pernigotti ) e di ciclisti (Coppi e Girardengo).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Ma a Novi ci dovete andare per la seicentesca chiesa della Maddalena (per la visita si deve telefonare al Signor Gemme chiedendo il numero di cellulare alla Pro Loco). Dietro l’altare maggiore si articola un grandioso Calvario di fattura fiamminga formato da un gruppo ligneo di 21 statue e da due cavalli, il tutto a grandezza naturale. Mi ricordo che da bambina il venerdì santo era consuetudine arrampicarsi fino alla Croce. Sotto il Calvario un compianto sul Cristo morto composto da otto figure in terracotta. Ammirate questo “unicum” e poi una passeggiata per la via principale dove troverete due belle chiese barocche e palazzi dipinti.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Non mancate di fermarvi in una delle tante pasticcerie per assaggiare i famosi “baci di dama” inventati a Novi dalla ormai scomparsa pasticceria Rameri.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong>Terza tappa &#8211; Acqui Terme</strong>.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Poi, percorrendo le colline, tra le viti e i casali si raggiunge la cittadina di Acqui Terme dove il turismo è di casa, ma è soprattutto un turismo termale. La cosa più interessante di Acqui è una fontana eretta nel cuore della cittadina medievale, divenuta simbolo della cittadina stessa. L’Acqua salso-bromo-iodica che sgorga a 55° gradi di temperatura, è stata utilizzata dai Romani almeno da centocinquanta anni prima di Cristo. Dopo secoli di sfilate di gente comune e di teste coronate (Carlo Alberto fece portare ad Acqui 70 vasche di marmo di Carrara!) arrivò la “Belle Epoque” e fu un’altra stagione d’oro per gli stabilimenti termali. Ad Acqui Terme si può vedere anche il Duomo che conserva buona parte dell’antica costruzione romanica, il Castello dei Paleologi dell’XI secolo dove ha sede il Museo Archeologico ricco di reperti di epoca romana e per finire, la Basilica di San Pietro di origine paleocristiana.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Per gustare la cucina tipica a prezzi contenuti, consiglio di andare al Ristorante Alleanza, a Ponzone di Chiappino, dove dalla Signora Carla si potrà anche acquistare delle specialità locali come gli amaretti e il meraviglioso vino Brachetto!<strong><em></em></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Durante la strada del ritorno, ripassando per Acqui Terme, nell’attraversare il ponte sul Bormida, a sinistra si possono osservare le possenti arcate dell’acquedotto romano! Poi percorrendo la statale che passa per Strevi e Cassine, ad Alessandria si prende prima l’Autostrada A21 verso Tortona e quindi l’Autostrada A7 per Milano&#8230;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Alt! Abbiamo indugiato troppo a tavola? Dopo Cassine, possiamo deviare a destra, direzione Sezzadio. E’ una tappa in più, ma ne vale la pena. A Sezzadio si erge un vero gioiello: la chiesa di Santa Giustina che faceva parte di un complesso abbaziale benedettino, ora distrutto, che secondo la tradizione fu edificato nello stesso luogo in cui Liutprando, re dei Longobardi, aveva fatto erigere un oratorio in onore di Santa Giustina. Non è il caso di tessere le lodi di questa chiesa che da sola vale certamente il viaggio!</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">E se nel frattempo il tasso alcolico non è evaporato del tutto, d’ora in poi potete essere sicuri di procedere con la benevolenza della Santa (o se preferite, con il benestare di-vino).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><!--[if gte mso 9]><xml> <w:WordDocument> <w:View>Normal</w:View> <w:Zoom>0</w:Zoom> <w:HyphenationZone>14</w:HyphenationZone> <w:PunctuationKerning /> <w:ValidateAgainstSchemas /> <w:SaveIfXMLInvalid>false</w:SaveIfXMLInvalid> <w:IgnoreMixedContent>false</w:IgnoreMixedContent> <w:AlwaysShowPlaceholderText>false</w:AlwaysShowPlaceholderText> <w:Compatibility> <w:BreakWrappedTables /> <w:SnapToGridInCell /> <w:WrapTextWithPunct /> <w:UseAsianBreakRules /> <w:DontGrowAutofit /> </w:Compatibility> <w:BrowserLevel>MicrosoftInternetExplorer4</w:BrowserLevel> </w:WordDocument> </xml><![endif]--><!--[if gte mso 9]><xml> <w:LatentStyles DefLockedState="false" LatentStyleCount="156"> </w:LatentStyles> </xml><![endif]--><em>Curiosità gastronomiche</em></p>
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<p><!--[if gte mso 10]><br />
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<p class="MsoNormal"><em>Il “bacio di dama” è un dolcetto squisito la cui invenzione è contesa tra Novi, Alessandria e Tortona. Quello di Novi è senza dubbio diverso: più morbido, si scioglie in bocca, provare per credere&#8230; Consiste in due piccoli biscotti di forma semisferica a base di farina di mandorle, burro, zucchero e farina di frumento, impastati secondo una antica ricetta ed uniti al centro da una goccia di cioccolato.</em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Il “brachetto” è un vino aromatico, lieve, profumato, floreale, delicato e morbido&#8230; Inconfondibile per chi lo ha provato almeno una volta, è un vino dolce per eccellenza ed è uno dei vini più imitati. Originario dell’Acquese, insieme alla “bollente” è simbolo della cittadina.</em></p>
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