Nel mio cervello ci sono tanti profumi, le mie illusioni odorose, così le chiama mio marito.
I fiori d’angelo del giardino di mia nonna che odoravano così tanto che il loro profumo mi trapassava il cervello. e quel profumo lo sento ancora.
Ero una bambina solitaria, ma molto agitata. Salivo in sella alla bici saltandoci sopra come un maschio, non avevo atteggiamenti da brava bambina, infatti, pedalando come una pazza senza toccare il manubrio mi buttavo giù dalla discesa di casa mia ed andavo in campagna.
I miei prati preferiti erano quelli vicino al cimitero, ed era là che raccoglievo ed odoravo bellissimi fiori.
Era sicuramente la terra grassa del camposanto che li faceva così belli! Ricordo tra gli altri i fiori che io chiamavo “le saponette”, si sfregavano con i palmi delle mani e facevano una schiuma profumata.
Al fiore del papavero toglievo i petali e premevo sull’avambraccio quello che rimaneva del fiore per riprodurre il segno della vaccinazione.
Annusavo e mangiavo i fiori dolciastri degli alberi d’acacia che costeggiavano i bordi del Rio vicino al cimitero. Profumi e libertà dalle costrizioni di papà e mamma.
Io fuggivo dalle continue frasi: “Hai messo la maglia di lana? Non uscire, devi ancora digerire!” ed ancora: “non uscire fuori dal cortile ,potresti farti male!” e via di seguito…
Quando mio padre mi veniva a cercare e mi pescava per i campi, mi prendeva a sberle, ma cocciuta io persistevo, non avvertivo i pericoli, ero sempre a caccia di muove emozioni.
Vicino al cimitero scorreva un rigagnolo d’acqua, il Rio, dove in primavera raccoglievo delle bellissime viole e fu proprio lì che trovai i primi gattini.
Erano tre, piangevano a squarciagola come dei piccoli aquilotti affamati. Li avvolsi nel mio golfino e li misi nel cestino della mia piccola bicicletta.
Li portai a casa ma mio padre mi obbligò a portarli in fondo alle scale, sul ballatoio che andava in cantina.
Li misi in una scatola da scarpe con degli stracci e provai a dar loro del latte. Si calmarono, non miagolavano più e si addormentarono raggomitolati, scaldandosi l’un l’altro. Mia nonna che aveva il cipiglio di un carabiniere, disse che non si dovevano tenere perché avrebbero rovinato l’orto.
Mio padre poi odiava tutti i gatti in quanto diceva che mi avrebbero graffiato perché traditori. “E per di più, dove ci sono gatti, anche la casa puzza di gatto!”
Mio nonno non disse niente e così mia mamma, ma si capiva che erano contrariati.
Fu una notte agitata, non vedevo l’ora di buttarmi giù per le scale e controllare ed accarezzare i loro corpicini. C’erano ancora, li rifocillai, ma dovetti allontanarmi da loro per andare a scuola.
Tornata a casa, non li trovai più e mio nonno, a cui credevo ciecamente perché buono ed affettuoso con me, disse che era venuta la loro mamma e li aveva portati via.
Tornai ancora al Rio del cimitero e portai ancora a casa altri micini, ne ricordo uno in particolare perché era diventato cieco per il troppo sole. Il Rio era considerato il cimitero dei gatti, infatti, per sbarazzarsene li buttavano nell’acqua, ma qualcuno si salvava ed io lo raccattavo. Lo portavo a casa, lo nutrivo, ma dopo uno o due giorni spariva. “Lo abbiamo dato via, c’era il proprietario di quel bar che lo voleva” e così via. Io credevo ciecamente a quelle bugie ed ero contenta per la sorte benigna dei gattini. Ma il mio struggente desiderio di dare affetto e di coccolare un animaletto veniva sempre soffocato.
Seppi, anni più tardi, che il mio caro ed affettuoso nonno li prendeva e li buttava al di là del muro di cinta che confinava con la fabbrica di velluti Dellepiane dove ad aspettarli trovavano dei feroci cani da guardia.
Passati due anni non andai più a pedalare lungo il Rio e dovettero passare ben quattordici anni prima che una piccola micia randagia potesse rimanere in casa mia come “gatto ufficiale”.
Io non abitavo più insieme ai nonni nella vecchia casa di campagna, e mio padre, nel frattempo, si era intenerito così tanto che era diventato amicissimo della mia Mina. Guai a toccargliela. Continuava a dire: “E’ vero, i gatti bisogna proprio conoscerli!”
Si vede che col passare degli anni era cambiato anche il suo olfatto.
Maria Teresa Campora




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