Che differenza c’è tra un partito e un’istituzione pubblica (parlamento, governo regioni, comune ecc.)?
Il partito è una libera associazione di cittadini alla quale si aderisce per scelta.
L’istituzione invece è di tutti; è uno strumento pubblico al servizio di tutti. Non ci potrebbe essere maggiore distinzione di ruolo e genere tra partiti e istituzioni.
Lo capiscono perfino i nostri politici quando, assumendo un incarico pubblico, dicono: “Sarò il sindaco o il presidente di tutti (non soltanto di chi mi ha eletto o del mio partito)”.
Ma allora se partiti e istituzioni hanno una natura così diversa è possibile che le medesime persone occupino, nello stesso tempo, ruoli partitici e istituzionali?
Un modo di leggere la modernità politica
In questo breve saggio voglio illustrare quella che possiamo chiamare la riforma-principe della politica italiana e cioè la separazione tra partiti e istituzioni.
Non si tratta però di un problema locale perché questa riforma implica un modello generale di sistema politico e quindi non riguarda solo l’Italia ma si configura come una proposta che tende a delineare una forma democratica più evoluta rispetto a quelle vigenti.
L’importanza di questa riforma consiste nel fatto che si fonda su un principio capace di fornire una risposta importante alla crisi in cui si trova la democrazia a livello internazionale. Quella crisi non è un fenomeno contingente o accidentale ma la conseguenza, diremmo strutturale, della modernità. Per essere più precisi possiamo dire che alcuni caratteri della modernità, non sufficientemente compresi e tematizzati, sono all’origine della crisi attuale; la loro assenza dal discorso e dalla riflessione ha prodotto un vero “ritardo della politica” e ha impedito che la dinamica delle istituzioni si potesse svolgere in modo meno patologico.
Rispetto a questa ampiezza è del tutto contingente il fatto che l’assenza di tale principio e della riforma ad esso corrispondente, faccia così male alla società italiana sulla quale in questa sede mi concentrerò maggiormente.
I caratteri più vistosi e inquietanti presenti nella prima modernità a livello di tendenza e conclamati nella seconda, sono quelli che mostrano un individuo sempre più orientato verso una deriva ‘virtualistica’ e quindi narcisistica.
Chiuso comunque in una “gabbia d’acciaio”.
Questo individuo perde i confini del mondo e non è in grado di esercitare sintesi politica; la politica viene così demandata alle istituzioni pubbliche, quelle costituzionalmente e storicamente designate, che la assorbono totalmente di modo che essa sparisce dalla società.
Non ci sono parole per stigmatizzare questo processo e la mancanza di coscienza della sua dinamica: la politica risucchiata totalmente dalle istituzioni pubbliche, diventa una sfera separata della società ossia il contrario di ciò che deve essere specie nell’ottica del modello vincente che è quello democratico.
La contraddizione presente in questo meccanismo non è stata notata o è stata sottovalutata.
La democrazia nasce infatti come modello ‘diffusionista’ del potere e quindi implica il suo “spargimento” nella società. L’esistenza di un meccanismo che limita il potere entro i confini di una sfera può avere infinite implicanze ma non quella di realizzare modelli di democrazia.
Il carattere tipico del moderno
La modernità presenta questa caratteristica: ha escogitato un sistema virtuoso in cui due elementi fondamentali della società che incidono potentemente sulla vita delle persone si implementano a vicenda garantendo una crescita costante di entrambi. Tali elementi sono la tecnica e l’economia.
La società mondiale, a partire dalla seconda metà dell’ottocento, è entrata in una fase di globalizzazione che ha determinato una crescita senza precedenti di economia e tecnologia già poste in relazione stretta dalla rivoluzione industriale e dalla “serialità” determinata dalla stampa e dalla industrializzazione. (1)
Non è questa la sede per precisare i dettagli di questa grande rivoluzione che fa i primi passi già nel ‘500 e a cui è legato lo sviluppo e la forza dell’occidente. Bisogna però dire che non c’è un analogo meccanismo che sviluppa gli ambiti politici e sociali che pure sono fondamentali per la vita di miliardi di persone.
Succede allora che, mentre in virtù del primo meccanismo, siamo sicuri che ogni anno, dai laboratori di tutto il mondo, verranno fuori altre macchine o altri strumenti o altri farmaci, non siamo affatto sicuri che si faranno passi avanti nelle relazioni sociali e politiche, nel controllo del potere e negli sforzi di organizzare ed equilibrare la società che in virtù del suo dinamismo è diventava una società mondiale. Anzi siamo sicuri che la crescita tecnica ed economica non servirà a tutta la società ma creerà squilibri a livello mondiale come si può constatare empiricamente.
Il mondo sta già pagando la non attivazione di un meccanismo di implementazione società-politica eppure proprio la democrazia dovrebbe garantire l’attivazione di tale meccanismo.
Siamo dunque in una grave situazione a livello mondiale e ne possiamo uscire solo attraverso una preliminare presa di coscienza dei meccanismi cruciali che governano il divenire delle società.
Successivamente occorreranno grandi sforzi, in primis, culturali e civili; significa che prima i filosofi, gli intellettuali, i romanzieri e subito dopo i cittadini consapevoli, disposti e in grado di investire parte della loro vita e del loro tempo in direzione sociale, devono proporre e sperimentare forme nuove di democrazia adeguate ai tempi.
In altre parole si deve realizzare per la politica un meccanismo analogo a quello che implementa tecnica ed economia.
La riforma
Fatta questa premessa teorica passiamo subito ad analizzare il senso della riforma-principe che è appunto un tentativo di costruire lo stesso meccanismo virtuoso in politica. Vediamo il problema riportandolo al caso italiano.
Abbiamo visto come nella modernità la politica tende a diventare istituzionale, cioè a chiudersi nelle istituzioni. Una politica circoscritta a una parte della società non si diffonde, si oppone alla valenza democratica che prevede la diffusione del potere politico a tutta la società senza la concentrazione nelle sole istituzioni.
La descrizione di questo modello che vige nel primo mondo (i modelli del secondo e del terzo sono anche peggiori) implica l’assenza della politica (2) che possiamo declinare come assenza di partecipazione alle istituzioni pubbliche, corollario di questa situazione è il professionismo politico.
La presenza di istituzioni pubbliche (o politiche) è un fenomeno planetario che discende dalle teorizzazioni dottrinali (liberalismo, democrazia, socialismo ecc.) e fa riferimento al modello democratico che è ufficialmente vincente in tutto il mondo, ma l’affermarsi di queste istituzioni (come i parlamenti) non implica l’esistenza della politica e men che meno della democrazia che può mancare del tutto se le istituzioni vengono vissute esclusivamente come luoghi di potere.
La necessità di una partecipazione più ampia non è in discussione, l’importante però è non credere, come fanno i ‘partecipazionisti’ più ingenui, che basti il semplice interesse dei cittadini a cambiare le cose.
L’individualismo metodologico alla base di queste credenze occulta la forza delle forme politiche. I cambiamenti si realizzano se cambiano le forme politiche che determinano il comportamento individuale, il contrario non è (sempre) vero e richiede comunque un processo molto complesso.(3)
In ottica democratica le forme della politica, in particolare le istituzioni, richiedono un monitoraggio costante senza il quale mostreranno solo le valenze peggiori che sono quelle legate al potere e al suo abuso.
Dentro il principio del controllo c’è il meccanismo virtuoso che potrebbe implementare società e politica come si implementano tecnologia ed economia.
Il controllo democratico assicura (o meglio assicurerebbe) standard di costante miglioramento anche per la società e la politica; in pratica equivale al controllo che il mercato fa sui prodotti di qualità.
Occorre dunque che il lavoro politico-istituzionale, quello per intenderci delle istituzioni pubbliche, sia monitorato, controllato e stimolato dalla società perché solo in questo caso è possibile quell’automatica virtuosità per la quale si ottiene un miglioramento del sistema.
Questo controllo è stato spesso affidato alle stesse istituzioni attraverso un rapporto di pesi e contrappesi ma può funzionare solo se esce dal perimetro istituzionale e penetra nella società nel senso più ampio.
E’ dunque necessario che la politica non sia solo istituzionale ma che nella società si sviluppino entità, ovvero associazioni di cittadini, che mostrino un interesse concreto per la politica.
Vedremo che tali entità non possono genericamente ricondursi all’opinione pubblica o alla stampa, (pur ammettendo una stampa libera), occorre proprio un’agorà politica che stia fuori dalle istituzioni e le controlli, un’ agorà fatta da molti soggetti; tali soggetti avrebbero un nome proprio, sarebbero parti politiche, parti politiche delle società con un nome familiare anche se fuorviante: sarebbero i partiti.
Ma i partiti politici possono svolgere quell’importante ruolo di monitoraggio, controllo e interesse della cosa pubblica solo se non si confondono con le istituzioni altrimenti avverrebbe che controllati e controllori sarebbero identici.
Purtroppo succede proprio così specialmente nel nostro paese.
Il controllo delle istituzioni
Vediamo adesso in cosa si sostanzia il controllo delle istituzioni.
Le libere elezioni sono una forma di controllo ma del tutto insufficiente perché possono essere “disinfettate”. Come? Se si forma un ceto politico consociato che anche in caso di sconfitta resta nelle istituzioni pubbliche sotto forma di “opposizione”, le elezioni non servono a nulla perché il potere del cittadino non giunge a proporre alternative ma si limita a determinare il periodo di governo di una parte del medesimo ceto. L’opposizione consociata non può svolgere la funzione di controllo ad essa assegnata. E se l’osmosi tra società e stato viene bloccata da un ceto che si autoalimenta cade la funzione più importante delle elezioni. E’ quello che sta accadendo da decenni In Italia.
In altre parole le persone che guidano le istituzioni pubbliche, tra un’elezione e un’altra, non possono (non devono, non dovrebbero) avere anche il ruolo di cittadini che controllano.
Questa trappola cioè l’identificazione di controllori e controllati è sistemica in Italia e in moltissimi altri paesi ed è un elemento che abbassa il livello di democrazia creando un peggioramento del sistema politico generale.
Purtroppo questa trappola non viene nemmeno individuata: nella grossolanità della visione politica non si distingue tra un ruolo “istituzionale” nel senso classico di ruolo operativo all’interno di una carica pubblica (governo, parlamento ecc.) e un ruolo associativo o “partitico”.
Questa carenza teorica impedisce di comprendere perché i politici italiani siano attaccati in modo ossessivo al ruolo partitico ma esigono anche di ricoprire la cariche pubbliche.
Per comprendere la natura di questo dato occorre ricordare la differenza tra partito e istituzione che è una differenza di genere e ricordare che nel nostro paese in tutti i partiti, senza distinzione, le medesime persone ricoprono sia il ruolo partitico che quello istituzionale.
Non si può capire immediatamente il peso strutturale di questa pratica e le sue conseguenze. Esse però segnano la fine della politica perché implicano quella tecnicizzazione del fatto politico che lo snatura fino a sopprimerlo. Una grave lacuna della politologia e della stessa filosofia politica è stata quella di non radiografare questo fatto che sta segnando la difficile epoca che stiamo vivendo.
C’è una relazione forte con la struttura della società moderna nel senso che in questa società tutto si tecnicizza, cioè si configura in sfera all’interno di un tutto sociale, ma se anche le discipline che vertono sul “tutto sociale” come la politica si tecnicizzano è come se si verificasse un abbandono del mondo perché l’unità del mondo è persa.
Questo “abbandono del mondo” sembra essere il portato più preoccupante della modernità. Tutta la società viene abbandonata a se stessa cioè alla proprie interne dinamiche perché l’individuo vuole vivere nella propria sfera e non vuole occuparsi del mondo aprendosi così non solo all’egoismo narcisistico ma anche alla manipolazione virtuale legata ai media che è uno specifico corollario dell’individualismo moderno.
L’attrattore strano
Fissiamo adesso lo sguardo sul nostro paese occupandoci dell’ “attrattore strano” che caratterizza il sistema politico italiano.
In scienza un attrattore è una situazione che determina un comportamento ricorrente, in particolare un’orbita.
L’attrattore che descrivo è il seguente: tutti i partiti presentano l’analogia ricorrente (l’attrattore) per la quale i loro dirigenti, oltre al ruolo interno al partito, cumulano una o più cariche istituzionali.
La situazione può essere descritta al contrario: tutti coloro che occupano cariche istituzionali di rilievo hanno una (strana) predilezione per le cariche di partito e quindi le ricercano e le detengono gelosamente.
Abbiamo visto che questa situazione non ammette distinzioni ideologiche o programmatiche: i capi di un partito comunista e quelli dei partiti di destra presentano il medesimo attrattore al punto che si penserà che si tratti di un fenomeno normale da non mettere in discussione.
Infatti viene considerato normale: nell’agenda politica non ci sono proposte di riforma rispetto ad esso. In altre parole non si individua un fondamentale meccanismo di crescita democratica e si sottovaluta il suo impatto nel cambiamento politico di lungo termine.
Si tratta di una vera e propria patologia che illustra bene la patologia politica del paese-Italia dove le differenze programmatiche dei vari partiti evaporano di fronte all’analogia delle forme politiche.
Perché è una patologia? Semplicemente perché non si possono rappresentare attraverso le medesime persone, le istanze di una parte (il partito) e quelle del tutto (l’istituzione); questo tratto, eminentemente teorico, non è di immediata comprensione. Esso richiede una distinzione estranea al grande pubblico che percepisce solo i “politici” come persone fisiche, ma allora per sezionare a fondo la questione poniamoci l’elementare domanda sulla differenza che c’è tra un partito e un’istituzione pubblica (parlamento, governo regioni, comune ecc.).
Essendo il partito è una libera associazione di cittadini alla quale, ad esso si aderisce per scelta. L’istituzione invece è uno strumento pubblico al servizio di tutti.
I nostri politici quando, assumendo un incarico pubblico, dicono che saranno il sindaco o il presidente di tutti (non soltanto degli elettori del proprio partito).
Ma allora se partiti e istituzioni hanno una natura così diversa è possibile che le medesime persone occupino, nello stesso tempo, ruoli partitici e istituzionali?
Se la grave contraddizione presente in questo modello non fosse chiara potremmo vederla sotto un altro profilo: alcune persone fisiche cumulano un ruolo dentro il partito e oltre a quello altri ruoli istituzionali di rilievo, sono parlamentari o/e ministri.
Dal punto di vista pratico si tratta di lavori estremamente diversi che non possono essere svolti allo stesso modo ma anche questo è marginale rispetto alla cosa più importante dal punto di vista della politica che riguarda il fatto che con questo cumulo le medesime persone risultano insieme controllori e controllati.
Infatti chi dovrebbe controllare, in ottica democratica, il lavoro delle istituzioni del paese?
Risponderemo: i cittadini. Ma quali strumenti hanno i cittadini per effettuare un serio controllo? Certamente si devono organizzare in gruppi, ed ecco delinearsi la necessità dei partiti, ma se i partiti sono guidati dalle stesse persone che occupano le istituzioni il controllo non può avvenire.
La mancanza di un effettivo controllo democratico ha già causato guasti importanti (dal collasso perpetuo di istituzioni fondamentali, al debito pubblico più alto d’Europa) che la società italiana deve subire per una logica che a tutt’oggi non viene riconosciuta nei suoi meccanismi genetici. E non si tratta solo di questo: ci sono conseguenze più profonde e più strutturali.
Sembra incredibile come da oltre 60 anni questa situazione non sia stata individuata e denunciata. Negli ultimi secoli, nonostante l’enorme sviluppo della politologia e della sociologia politica, il ritardo della politica sia al livello teorico che pratico è incontestabile.
In altre parole alcuni meccanismi fondamentali presenti nella società attuale non sono individuati e descritti.
La terapia
Pur non dovendo aspettarsi nessuna panacea da riforme di tipo istituzionale è necessario consentire che il controllo democratico si possa esplicare con efficacia e questo significa impedire il cumulo di quei ruoli così importanti e diversi nei quali si sostanzia il controllo. Naturalmente questo implica una diversa definizione del “partito” che non può intrecciarsi alle istituzioni ma deve mantenere la necessaria distinzione con le istituzioni pubbliche e una maggiore apertura alla società; il partito è oggi una fabbrica di carriere politiche che tecnicizza e quindi distrugge la politica stessa; occorre una sua ‘costituzionalizzazione’ nella direzione del recupero dei “corpi intermedi” che non sono istituzioni in senso stretto ma sono comunque strumenti politici che devono svolgere un importante ruolo sociale: proporre e controllare.
Questo compito deve essere loro affidato costituzionalmente e corredato da regole precise che consentano a tutti i cittadini un ingresso e una partecipazione naturale. Questa è la riforma-principe, si tratta di un elemento preliminare per far tornare la politica a livelli accettabili il che non significa garantire una buona politica ma prima di tutto dobbiamo farla riemergere dall’eclissi in cui si è trovata, ridotta alla dimensione del potere nel quale si esprime il ceto politico dei vari paesi. Mi rendo conto della grandezza del progetto, per questo faccio appello ad un forte senso realistico, tuttavia chi vuole agire nella direzione del miglioramento del sistema politico e della società non può ignorare i meccanismi reali che la connotano in questo momento storico.
Rispetto a questo duole riconoscere che il paese-Italia si trova ad un livello primitivo. Gli studiosi non sono in grado di individuare le forme e i meccanismi dominanti. Risultano più evidenti le lamentele sterili o le denunce fatte all’interno di lavori come il recente libro “La casta”, un assemblaggio interessante di cose risapute da almeno 30 anni.
Il cambiamento sistemico che propongo si pone come un passaggio “cruciale”; mi sono per questo richiamato al concetto scientifico di “attrattore”: senza la demolizione di quell’attrattore a favore di altri dalle conseguenze “virtuose” non si potrà cambiare e non saranno quindi istituiti i meccanismi democratici di cui abbiamo bisogno.
Per questo motivo ho voluto chiamare riforma-principe questa proposta perché si tratta di un passaggio ineludibile che non può essere sostituito da alcuna altra riforma perché tocca i gangli vitali della politica e della idea di democrazia che l’occidente ha promosso negli ultimi secoli.
Se questo è vero, se cioè un possibile miglioramento delle nostre condizioni civili passa attraverso gli elementi descritti, allora dobbiamo sforzarci di favorire una discussione che faccia emergere il gap politico e istituzionale di fronte al quale ci troviamo prima che le sue conseguenze, in atto da decenni, portino altri danni vistosi alla società.
Stiamo allora proponendo un modello più evoluto e siamo portatori di un’idea talmente importante da determinare comunque il corso della storia: infatti se questa idea non trova applicazione le conseguenze saranno gravi e anche non lontane; se invece si afferma, ci sarà la possibilità di sperare in una democrazia e quindi in una società più evoluta.
Meccanismi intelligenti di controllo del potere sono essenziali per il futuro delle società che non potranno reggere una crescita esponenziale della tecnica senza controllo e le istituzioni internazionali non possono vivere come le istituzioni italiane di questi 60 anni, senza porte aperte.
Naturalmente occorrerà che una riforma di tal genere veda una società disposta a interessarsi di politica, attiva e partecipe. Non inseguo utopie, so che è praticamente impossibile indurre tutti i cittadini a occuparsi del mondo e quindi di politica ma so anche che l’attuale livello di interesse è incompatibile con un futuro come quello che vorremmo tutti, pacifico ed equilibrato. Occorre comunque tentare dei cambiamenti istituzionali che stimolino le società a partecipare maggiormente per attivare il meccanismo virtuoso del controllo.
Ho delineato un modello che, nella sua grande semplicità, ha in sé il potere di migliorare la pratica democratica simulando il meccanismo che ha implementato tecnologia ed economia in cui si sostanzia la crescita e la forza dell’occidente. Bisogna semplicemente renderlo disponibile e attuarlo ovunque seguendo le peculiarità di ogni paese e di ogni storia, ma in primis bisogna comprenderne la necessità e ciò può essere fatto solo indagando a fondo i caratteri della società globale nella quale viviamo.
Pino Polistena
Note:
1. Nel passato le grandi invenzioni tecnico-scientifiche non implicavano grandi profitti. Dai matematici greci fino a Galileo, nessuno aveva mai brevettato una scoperta, una conquista del sapere.
2. Assenza di politica significa assenza di partecipazione, ad es. in alcune democrazie avanzate (vedi USA, ma non solo), partecipano al voto un terzo dell’elettorato, ed il voto è solo un aspetto della partecipazione.
3. Gli individui possono modificare le cose se prendono coscienza delle forme politiche e contribuiscono a cambiarle. Resta da assumere la forte asimmetria tra la forma e l’individuo.




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