Il cammino verso delle sane riforme non può fare a meno di analisi delle abitudini acquisite nei tentativi di portare alcuni messaggi al pubblico e sulla dialettica predominante.
Se una buona impostazione della politica (nella forma: divisione dei potei, limite dei mandati, ecc.) conduce a un migliore esercizio della stessa (attraverso l’equilibrio e il controllo reciproco, l’alternanza e l’avvicendamento, ecc.) c’è da chiedersi analogamente, in ogni circostanza che conta, quale metodo di confronto può portare a risultati buoni o deludenti.
In Mali, presso gli animisti, esiste una costruzione al centro di ogni villaggio denominata togu na, composta da pilastri, travi di legno e tetto di paglia, dal soffitto così basso da costringere le persone a stare seduti. E’ il luogo dove si riuniscono i saggi a discutere dei bisogni della comunità. Ad inalberarsi nella conversazione si finisce con il dare una testata al soffitto. La posizione condiziona l’ordinato svolgimento del dialogo.
Da noi comunemente prevale il modello condominiale. Nella quotidianità, dalla comunità mediatica a quella politica, è in atto il teatrino della rissa che pare sia salvifico per gli ascolti televisivi ma che deprime il quadro complessivo della società. Ne deriva uno spettacolo, dove si esibiscono in passerella i soliti volti noti, in cui prevale chi grida più forte; mentre chi non si adegua resta nell’ombra.
Il mondo aziendale, quello scientifico hanno messo in moto metodi di comunicazione innovativi che garantiscono efficacia per il raggiungimento degli obiettivi, risparmi di tempo e di energie. Talvolta si tratta di piccoli accorgimenti e collaudati meccanismi di buon senso che danno risultati rilevanti. Il dibattito politico invece si snoda attraverso un canovaccio logoro che, oltre a non elevare la qualità del confronto tra i protagonisti, fornisce un cattivo esempio che aggrava il malvezzo collettivo in cui tutti parlano e nessuno ascolta, poiché ormai anche il cittadino si è adeguato allo stesso formato. (Vedi l’articolo: “A proposito di ascolto”).
Infatti nella vita di tutti i giorni spesso la conversazione si aggroviglia in un confronto che sfocia prima o poi nel dibattito acceso, quindi nella contesa. E stranamente si finisce con l’accalorarsi proprio su quei temi che richiederebbero un pacato approfondimento per trarne tutti maggiori benefici. Tra i contendenti si crea un circuito vizioso, il cosiddetto “spazio vitale”: chi s’intromette per dividere i litiganti viene spesso aggredito a sua volta, poiché ha violatolo il loro spazio vitale, perché è entrato in “una disputa che non gli riguarda”.
Il confronto verbale
Coloro che vogliono riformare la politica ricercano interlocutori che abbiamo lo stesso interesse. S’incontrano, insieme parlano e discutono. L’incontro aperto è lo sbocco naturale, preferito perché di primo acchito si presenta promettente e senza vincoli, carico di aspettative – certamente quelle nostre – ma allo stesso tempo denso di incognite. Di solito ci si fionda nel confronto verbale senza un minimo di preparazione conoscitiva dell’altro interlocutore o del gruppo che rappresenta. Poteva l’incontro essere anticipato da uno scambio di informazioni sulle reciproche motivazioni? Si è concordata l’impostazione da dare all’incontro? Quanti altri modelli di comunicazione si possono mettere in campo più proficuamente? Un giro di tavolo tra più interlocutori mette subito a nudo la gratuità delle nostre rosee previsioni. Ogni soggetto parla per sé, ha un suo metro di misura, motivazioni che affondano radici in un contesto diverso. Presto il dialogo trova interruzioni più frequenti, scade nel dibattito, ognuno difende le proprie convinzioni e si arrocca dietro le stesse.
Il gruppo funziona quanto più riesce a ragionare come una sola persona. Si raggiunge l’intesa o perché si scoprono delle affinità culturali comuni e altro ancora, oppure perché frequentandosi, o si trova l’amalgama o ci si separa.
Volendo sin dalle prime battute muoversi il più possibile in armonia, occorre fare ricorso a delle tecniche di comunicazione. Il modello da seguire deve essere teso al raggiungimento di uno stadio che somiglia in qualche modo al processo di formazione del pensiero. L’imitazione più vicina è un approccio da effettuarsi per fasi:
1. Brainstorming (una specie di riscaldamento), consiste in un invito ai presenti a indicare a turno senza pensarci troppo “una parola, una breve frase per volta”, che secondo lui o lei rappresentano un aspetto del problema o il punto chiave di riferimento.
2. Raccolta dati / assemblaggio dei vari punti per categorie omogenee.
3. Analisi / riflessioni sui dati raccolti per piccoli gruppi (3 o 4 persone): utilizzando strumenti di analisi (Pareto, grafici o altro).
4. Estrapolare le linee guida, elaborazione.
5. Conclusioni / identificare un percorso comune.
Dal confronto dei risultati delle analisi, nascono le linee guida che dovrebbero essere prima redatte da ciascun gruppo e dopo essere revisionate tutti insieme.
I tempi di ciascuna fase devono essere contingentati a monte e verificati a valle.
Controindicazioni: ovvio che se qualcuno non sta al gioco finisce con il manifestare irritazione per se stesso e disturbo per gli altri.
Il percorso
Abbiamo noi stessi già un’idea del percorso che vorremmo intraprendere? L’elaborazione di una strategia non presuppone necessariamente l’obiettivo di prevalere sull’interlocutore, anzi può essere di stimolo alle parti in causa, aiuta a delineare il cammino: obbliga ognuno a elevare il proprio contributo per raggiungere la meta in comune.
Il percorso deve rassomigliare a una corsa di squadra, in cui i tempi vengono presi sull’ultimo atleta che taglia il traguardo. Quand’è così c’è l’interesse di tutti a focalizzare l’attenzione sull’anello più debole. Facilitano questo scopo alcune tecniche di problem solving (nessuno me ne voglia: i consulenti si fanno pagare più profumatamente quando si esibiscono in terminologie dal sapore internazionale).
Un esempio di situazione svantaggiosa che potrebbe tradursi in una occasione di vantaggio è quella attuale. La crisi economica richiede di mettere mano a misure radicali che nel tempo possono rappresentare un beneficio per tutti. L’interrogativo che si pone è: bisogna aspettare il verificarsi di una crisi oppure adoperarsi a utilizzare l’approccio positivo in ogni frangente? Per quanto attiene alla politica, dipende dalla lungimiranza della classe dirigente. Per ognuno, dalla propria indole.
Quanto più il cammino si presenta scorrevole, tanto più facilmente si verifica il fenomeno del coinvolgimento e dell’aggregazione.
Controindicazioni: stop prolungati o fughe in avanti da parte di qualcuno. Occorre aggiornare tutti sui progressi conseguiti ed accertarsi del perdurare della motivazione a raggiungere gli obiettivi prefissati.
Un ventaglio d’iniziative
In ogni situazione la fase espansiva rappresenta il momento più delicato sia che si tratti di conquistare un mercato per la diffusione di merci sia che si voglia esternare un messaggio, diffondere una iniziativa, coinvolgere un pubblico più o meno sensibile e preparato ad accogliere la novità.
E’ in queste circostanze, più che in qualsiasi altro momento precedente, che viene messa alla prova la coesione e la tenuta di fondo della squadra. L’improvvisazione tende a scoraggiare soprattutto chi si è mostrato più laborioso e tenace. Nel debutto davanti al pubblico indistinto qualche volta anche un semplice passo falso può mandare all’aria l’intera operazione.
Un solo balzo in avanti non sufficientemente meditato può tradursi nel classico salto della quaglia che resta impallinata al primo sbattere delle ali. Se invece a mettersi in volo è uno stormo di uccelli, offrendo un orizzonte allargato, verrà servita ai cacciatori anche l’eventualità di trovare nella direzione della canna del proprio fucile uno di loro.
Nel caso di diffusione di un modello culturale o politico – essendo un campo usato e abusato – affinché la prima apparizione (una conferenza o altro) non sfoci in un dibattito allargato senza costrutto, occorre mettere in cantiere ogni accorgimento. Predisponendo in via preventiva un ventaglio di iniziative ci si mette al riparo da una potenziale debacle, nel senso che più difficilmente tutto andrò storto.
Un approfondimento a parte meriterebbe l’identificazione di uno o più vettori capaci di veicolare le idee.
Nel compiere ciascun passo, è opportuno programmare i successivi due avvenimenti, preventivando alternative e possibili rovesci da cui trarre insegnamento per quelle correzioni di rotta che si rendessero necessarie.
Infine è risaputo, i primi voli sono quelli che presentano i rischi maggiori per qualsiasi volatile; per quel tanto di amor proprio caro a tutti, l’importante è almeno non perdere la cognizione dell’orientamento comune.
AF




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