Pro-vocazioni letterarie è uno spazio dedicato agli amanti della scrittura, nella perenne ricerca di un equilibrio tra l'estro creativo e il dettato dei canoni culturali in voga, nella provocazione dell'esserci.
Interpreti e testimoni del proprio tempo.

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L’inferno

aprile 22nd, 2009 · No Comments

Nel grande parco della ditta c’è un’ampia vasca con fontana. Gli impiegati si fermano spesso a godersi il fresco e contemplare la propria immagine ondeggiante nell’acqua. Spesso si ferma anche un anziano dirigente che è tutto il contrario di quelle immagini tremolanti e rotte: ha il volto tirato in un’espressione perennemente severa, la fronte spinta indietro e il mento in avanti per guardare tutti in tralice, la schiena in aplomb perfetto, anzi più che aplomb, le spalle sono addirittura arretrate per tenere meglio le distanze. Nodo della cravatta: perfetto; riga dei pantaloni: perfetta; caduta della giacca: perfetta; nessuna piega. E non fa una piega nemmeno quando rimprovera, punisce, rimuove qualcuno. E quando invece vuole elogiare, incoraggiare, promuovere, produce un sorriso artificiale contraddetto dallo sguardo che rimane perennemente glaciale. Il suo volto è come una macchina a gettone: aziona il pulsante dell’ira e scatta l’espressione dell’ira, preme quello del sorriso e salta fuori il sorriso. Mai una volta che azioni quello della simpatia.
Chissà perché si ferma a guardare la propria immagine ondulata e ondeggiante nell’acqua. Non la riconosce come propria, così contorta e mobile, quanto lui invece è dritto e fermo. Forse le sta ordinando di immobilizzarsi e irrigidirsi.
“Se è così ti accontento. Domattina, al tuo risveglio, troverai che il tempo si è fermato” decise l’immagine, e l’indomani mattina il tempo si fermò.
Di solito il mio risveglio comincia dal naso, con l’odore delizioso del caffè che viene dalla cucina, prosegue con le orecchie che percepiscono il lontano, leggero, armonioso rintocco della pendola nell’ingresso; quindi le lenzuola si rivelano al tatto e infine il corpo prende coscienza di sé. Per ultimo apro gli occhi e mi torna la vista. Il risveglio è l’unica lentezza che mi concedo nella vita. Unica perché, subito dopo, il cronometro entra in azione e scandisce ogni mia attività: levarsi, toeletta, prima colazione, vestirsi, uscire. L’auto mi attende con il motore già acceso, la portiera aperta e l’autista al volante; bisogna sincronizzare la partenza con il semaforo dell’incrocio per cogliere il verde, senza improduttive attese; i giornali li leggo durante il percorso. Poi scendere, attraversare velocemente l’atrio, salutare, salire in ufficio, porgere soprabito, ombrello e cappello. Il computer è già acceso e aperto sul ricevimento di mail e news; è un attimo scorrere la posta e i comunicati notturni.
Ma non questa mattina. Questa mattina mi sono svegliato in un colpo solo, naso, orecchie, tatto e occhi, tutti assieme, e ho avvertito che il tempo si era fermato, accartocciato in un unico istante. L’intero universo era diventato un solo fotogramma, isolato, staccato dalla bobina del suo film. Era rimasto lo spazio, nella sua antica forma euclidea a tre dimensioni, erano rimaste le cose, ma senza interazioni fra l’una e l’altra. Un gatto era sospeso senza sostegni fra il suolo e una panchina, le gocce di pioggia si erano cristallizzate a mezz’aria.’ L’asta della pendola si era immobilizzata all’estremità della sua oscillazione. Nell’universo senza tempo erano sopravvissuti i nomi ma erano scomparsi i tempi dei verbi, se ne erano andati molti avverbi e parecchie preposizioni: verso, prima, dopo, durante non avevano più significato. Potevo solo parlare al presente. O meglio, pensare, perché di parlare non c’era proprio la possibilità fisica. Niente tempo: niente segnali dal cervello alla laringe, niente respiro sulle corde vocali, nessuna vibrazione dell’aria.
Provo stupore, impotenza, angoscia, dolore soprattutto. Re Mida poteva trasformare tutto in oro ma moriva di fame, così io ho l’universo a portata ma non ne posso far nulla. Rabbia!, poi (ma che senso ha dire ‘poi’ nel senza tempo?) dolore, e terrore. Essere intrappolato in un istante vuol dire essere intrappolato per l’eternità. L’universo senza tempo è dunque l’inferno? E’ vero allora che l’inferno esiste, e che non è vuoto: ci sono dentro io. Forse esiste un inferno per ognuno di noi, miliardi di universi/inferno ciascuno contenente un solo dannato e tutti senza tempo. E mi viene applicata la legge del contrappasso. Io fino a ieri divoravo il tempo, ero un “one minute manager”, il dirigente che fa tutto in un minuto: direttive in un minuto, relazioni in un minuto, decisioni in un minuto. Ma qual è il peccato per cui vengo punito? La fretta? Il tempo è limitato, ho solo 24 ore ogni giorno! Non posso permettermi di sprecarlo, il tempo. Il tempo è denaro. Ho infatti sete di denaro e fretta. Mai avuto tempo per riflettere.
Riflettere! Tutte le superfici di quest’inferno cristallizzato riflettono. Riflettono la mia immagine, il mio volto tirato, la fronte spinta indietro e il mento avanti, la schiena arretrata. E gli specchi dell’inferno mi rimandano, tutti, lo sguardo perennemente glaciale, e il sorriso artefatto. Mi vedo brutto; sono brutto in tutti gli specchi dell’universo. Ce ne sono di specchi nell’universo e per sempre mi vedrò brutto, infinite volte, in infiniti specchi. Anche negli specchi d’acqua come la vasca della Ditta, con la sua superficie ondulata, ma rigida e ferma come tutto il resto, con l’immagine anch’essa ondulata, ma anch’essa fissa, chiara, netta, dura, della mia durezza. Una volta desideravo che la vasca mi restituisse un’immagine stabile e definita. Adesso darei tutte le mie sostanze per vederla ondeggiante, deformata, che susciti allegria alle contorsioni delle guance, e riso all’allungarsi del mento sulle onde più distese. Pagherei per ammiccare ai colpi di luce riflessi.
Potessi tornare indietro tornerei, tornerei e tornerei tutti i giorni a contemplare le immagini che si formano, si dissolvono e si ricostituiscono in atteggiamenti mille volte nuovi sull’acqua. A vedere apparire sulla superficie, quasi magicamente, le persone che si avvicinano, prima i volti, poi il corpo, infine le gambe tremolanti.
“Ferma!” comandavo all’acqua: “Ferma le mie gambe! Lascia che ballino quelle degli altri, le mie lasciale ferme e diritte.”
E adesso le mie gambe sono ferme, ondulate, deformi, e fisse. E sarebbero rimaste così per sempre. Come per sempre avrei provato il dolore, il tormento, la pena, la disperazione, lo strazio di vedermi immutabile in ogni specchio dell’inferno.
“Ti piace l’immutabilità?” chiese l’immagine.
“No, non mi piace per niente” rispose. Poi domandò a sua volta: “Sei stata tu a fermare il tempo?
“Tu l’hai voluto” rispose l’immagine.
“Chi sei?”
“Te.”
“Non mi assomigli.”
“Io ho quello che ti manca. Una volta ti mancava la flessibilità, che io avevo. Adesso è il contrario. Qual è la situazione che preferisci?”
“Questa no!”
Era proprio brutto avere a che fare con la fissità, e ancor più brutto con quella deforme come la sua immagine. Pensò a come doveva essere brutto, per gli altri, avere a che fare con la sua fissità.
“Mi vedevano deforme come io vedo te?”
L’immagine non rispose, nemmeno un ammiccamento, né qualche movimento che desse a intendere di aver sentito.
“Puoi almeno rispondere, no?” si arrabbiò.
Si ricordò che gli altri non potevano arrabbiarsi se lui non rispondeva.
Sospirò, e con lui sospirò l’universo. Un battito di ciglia sfaccettò la luce e l’acqua si increspò. L’orizzonte cambiò posizione (in realtà era stata la sua schiena ad assumere una posizione più umana), il gatto e la pioggia ripresero la loro caduta, le aste delle pendole proseguirono verso la verticale, la superarono, ripresero a risalire e a ridiscendere.
Dalla cucina il profumo del caffè proruppe prepotente, la pendola batté armoniosamente le sette, il corpo si stiracchiò voluttuosamente. Il rito del risveglio si stava ripetendo regolarmente. Ma questa volta si girò sull’altro fianco. Oggi sarebbe andato tardi in ufficio. Si riaddormentò.

(Racconto tratto da Trentasei trame, volume I, Editori della Peste)
Giuseppe De Micheli

Tags: 4.Proposte di autori e lettori a confronto

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